Doina Ruști

Zogru

Zogru - Doina Ruști
Descontexto Editore, Santiago de Chile, 2018 (spagnolo)
Zogru - Doina Ruști
Sétatér Kulturális Egyesület Editore, Budapest, 2014 (ungherese)
Zogru - Doina Ruști
Polirom Editore, 2013 (rumeno)
Zogru - Doina Ruști
Bonanno Editore, Rome, 2010 (italiano)
Zogru - Doina Ruști
Balkani Editore, Sofia, 2008 (bulgaro)
Zogru - Doina Ruști
Polirom Editore, 2006 (rumeno)

Era l’inizio di gennaio del 1477. Zogru, risucchiato nel portone di platano, guardava il lago ghiacciato, rassegnato alla propria triste sorte di icona miracolosa. La sua unica gioia era lo spettacolo colorato e vivace della gente che si recava in pellegrinaggio al monastero. Ma c’erano anche lunghi giorni, soprattutto in inverno, in cui non veniva nessuno, neppure un monaco. Il momento peggiore era la notte, quando vegliava sul mondo immobile, come quella notte bianca e impietrita dal gelo. Intorno alla mezzanotte era apparsa una slitta trainata da due uomini: Iscru, appesantito e provato dalla vita, e Petru, uno dei figli di Ioniță. Erano stanchi, infreddoliti e affamati. Erano partiti al calar della sera con il corpo di Vlad il Giovane, senza testa e con il braccio destro tenuto a stento insieme al corpo da un frammento d’osso. Avevano ricevuto ordine dal nuovo principe, Basarab, di affidare il corpo a un monastero. Gia due luoghi sacri si erano rifiutati di accogliere le spoglie di colui che un tempo era stato il loro principe, e ora tentavano la fortuna a Snagov.

Avevano bussato alla porta e avevano atteso, avevano bussato di nuovo e di nuovo avevano aspettato, fino a quando finalmente un monaco impietosito aveva aperto loro la porta. Le trattative erano state lunghe e alquanto inconcludenti; i due inviati sostenevano di aver ricevuto un ordine, l’abate mandava a dire tramite un monaco, il quale a sua volta delegava un terzo a recarsi al portone, che „Non vuole perché contamineremmo il nostro monastero,era un uomo malvagio e ha ucciso molte persone, pregheremo per lui, ma portatelo via da qui perché la sua non e anima di cristiano.Certo che si, rispondevano gli inviati, battezzato in chiesa e di sangue principesco,e poi ha il diritto di riposare in questo monastero, al quale ha fatto generose donazioni.Non lui, suo fratello, giungeva la risposta. Abbiate compassione almeno di noi, allora, se non di lui, siamo in viaggio da ieri sera, Vostra Santita, non ci abbandonate, che non sappiamo piu dove andare ed e peccato agli occhi di Dio abbandonarlo qui davanti al monastero…

E cosi via, fino a quando l’abate aveva acconsentito a dare sepoltura al principe davanti al portone del monastero, affinche i piedi benedetti dei monaci calpestassero la sua tomba e la sua anima tormentata trovasse la redenzione.

Era toccato a Iscru e a Petru, affaticati e abbattuti, scavare la fossa ai piedi di Zogru. Avevano spazzato la neve, come aveva fatto lo stesso Iscru molti anni prima, e avevano iniziato a spaccare il terreno congelato con i picconi portati dai monaci. Pochi colpi erano stati sufficienti a portare alla luce l’anello dello spătar. Petru l’aveva immediatamente coperto con un piede e, senza guardare, aveva detto al compagno: Compare Iscru, fammi il favore di chiedere ai monaci anche una pala, prima che vadano di nuovo a letto, che a te ti danno retta. Mentre Iscru si allontanava, Petru aveva raccolto l’anello e se l’era infilato in tasca. Aveva continuato a scavare in silenzio, con gli occhi febbrili e il volto pallido e scabro, come una torta di grano bollito. L’anello era rimasto nascosto per anni nello scomparto segreto di un cassone, dove l’aveva trovato Ioniță il Pittore, che l’aveva conservato fino a quando non gli era venuta l’idea di murarlo nell’affresco della chiesa di Comoșteni, dove era rimasto indisturbato fino al 1982, quanto era stato adocchiato da un giovane pope che l’aveva sottratto e infine regalato, vari anni piu tardi, alla figlia, come premio per aver superato l’esame di ammissione all’universita. La ragazza, distratta, l’aveva dimenticato accanto a un lavandino, nella casa dello studente, dove era stato trovato da una sua compagna che l’aveva poi venduto a un antiquario su corso Magheru, a Bucarest, nella cui vetrina si trova ancora oggi.

Il rinvenimento dell’anello dello spătar Gongea, tuttavia, era stato in quella notte d’inverno del 1477 un avvenimento del tutto secondario. Dopo che i due inviati avevano infine deposto nella fossa le spoglie mortali del principe Vlad Dracula, sopra la tomba era comparsa una scintilla, che aveva colto Zogru di sorpresa allungandosi in una striscia di luce, come una porta socchiusa nel cuore di una notte senza luna. Davanti a lui aveva preso forma Vlad, con lo sguardo pensoso puntato oltre le mura del monastero e un’espressione frastornata impressa sul volto spietato. In quel momento gli era sembrato che l’apparizione lo facesse rabbrividire, e con lui il legno stesso del portone. Poi i loro sguardi si erano incrociati. Il fantasma si era fatto rapidamente due volte il segno della croce e aveva fatto il gesto di bussare alla porta del monastero, producendo un rumore in sordina, come se avesse battuto sul massiccio portone con la capocchia di un fiammifero. Aveva cercato di tirare la corda della campana, che era rimasta immobile, quindi si era avventato contro il portone battendo e graffiando, ma nessuno tranne Zogru, neppure il fantasma stesso, udiva la soffice eco di quei colpi.

– Smettila di battere, Altezza, che non serve a nulla – aveva detto Zogru impietosito, pur sapendo che stava parlando a un morto e che nessuno era in grado di sentirlo. Tuttavia, il principe aveva girato la testa, stupito, disorientato, contrariato.

– Chi ha parlato? – aveva detto rivolto al viso dell’icona.

– Io, Altezza, io – aveva risposto con fervore Zogru – da sedici anni prigioniero del legno di questa porta.

– Non saro mica morto?

– Da alcune ore.

L’incontro l’aveva fatto sentire nuovamente e improvvisamente vivo. Parlava con un’anima dell’altro mondo, ma era come se si fosse imbattuto in un vecchio amico a un crocicchio. Aveva sete di vita, e l’aveva trovata in un morto. Gli aveva raccontato tutto quello che sapeva, di come Iscru e Petru l’avevano portato al monastero e gli avevano dato sepoltura, e di come era sprizzato all’improvviso fuori dalla tomba, come una scintilla incantata.

Il mattino seguente, non appena il primo monaco aveva varcato la soglia del portone, il fantasma gli si era lanciato addosso, piu che altro per saggiare i propri limiti. Era stato un disastro. Il contatto l’aveva scosso e accartocciato come un foglio di carta, mentre il monaco non aveva percepito altro che un tocco lievissimo, come la frescura di un refolo di vento, e si era fatto tre volte e in fretta il segno della croce. Molti temevano la tomba e cercavano di varcare la soglia del monastero senza calpestarla.

Alcuni, forse, come Giulia o Andrei Ionescu, potevano avvertire la presenza del principe. Altri non erano spaventati che dai loro stessi pensieri, all’idea che le spoglie di un uomo tanto sanguinario giacessero sepolte alle porte di quel luogo sacro. Con il passare degli anni, si era radicata nella gente della zona la convinzione che lo spirito del voivoda si aggirasse nei paraggi.

Il che non era lontano dalla verita. Vlad Dracula aveva tenuto a lungo compagnia a Zogru. Raccoglieva notizie nei dintorni, vagava nel bosco, ascoltava i discorsi dei monaci e poi tornava a riferirgli tutto quanto. Si erano raccontati le proprie vite e le proprie esperienze, fino a quando, un giorno di agosto dell’anno 1481, il fantasma se n’era andato cosi com’era venuto, concentrato in una goccia di luce verde e inquieta, rapidamente smarritasi in mezzo alle altre anime che tengono in vita il mondo.

Ma la gente aveva continuato a credere che il monastero di Snagov fosse infestato dallo spirito malvagio di Vlad l’Impalatore fin verso la fine del 1508, quando era arrivato al monastero fratello Dionisie. Questi non era ne malintenzionato ne particolarmente devoto. Cio che lo contraddistingueva era la sbadataggine.

Era un monaco giovane, cresciuto nei monasteri fin da bambino, che passava in mezzo alla gente con il pensiero rivolto alla focaccia che aveva mangiato il giorno prima o al materasso di lana dell’abate. Per questo trascurava di tirare il chiavistello o dimenticava in giro una tazza, in equilibrio precario. Al suo passaggio fiorivano i disastri ma, come spesso accade, nessuno aveva ben capito da dove nascessero. Alcuni mesi dopo il suo arrivo a Snagov, i monaci erano stati svegliati nel cuore della notte dallo sbatacchiare del pesante portone d’ingresso, che Dionisie aveva scordato di chiudere e che il forte vento proveniente dal lago minacciava di scardinare insieme allo stesso Zogru.

Nessuno pero aveva pensato a Dionisie. Per tutti il colpevole era Vlad Dracula, che un fratello giurava di aver visto alzarsi in cielo sotto forma di uno sbuffo solforoso. La storia era corsa velocemente di bocca in bocca, di villaggio in villaggio, fino a Targoviște, risvegliando nella gente il ricordo del regno sanguinario del principe Dracula.

Poche settimane dopo, Dionisie aveva conficcato la scure con cui aveva appena finito di spaccare la legna in una delle travi del porticato. Non che avesse in mente qualcosa di particolare, voleva semplicemente posarla da qualche parte un attimo per grattarsi. Dopodiche se n’era andato, assorbito da qualche altro pensiero, dimenticando la scure piantata la dove un mattino di maggio l’avevano trovata i suoi allibiti confratelli, convinti che fosse al suo posto nella legnaia. In poco tempo si era diffusa ovunque la diceria impaurita che l’anima del voivoda non trovava pace nell’altro mondo e che sarebbe tornato a vendicarsi di coloro che l’avevano tradito.

Le negligenze di fratello Dionisie erano culminate con un incendio, liberatore tanto per il monastero quanto per Zogru.

Un pomeriggio di agosto del 1509, qualcuno aveva mandato Dionisie al lago a dare qualche martellata ai pali che sostenevano la struttura di canapa del ponte. Quella volta il monaco aveva portato a termine il proprio incarico senza problemi, ma al ritorno, sul far della sera, per aggiustarsi meglio la gerla che aveva sulle spalle, aveva conficcato in terra accanto al portone la torcia che aveva in mano.

Nel corso della notte, quando Dionisie gia dormiva da un pezzo, la torcia dimenticata si era inclinata leggermente verso il portone, poi un altro po’, finche aveva preso a lambire l’icona miracolosamente impressa nel legno. Zogru era terrorizzato dalla vampa intensa del fuoco, ma quando le fiamme avevano aggredito il legno aveva sentito tornargli la vita, nutrito e liberato nello stesso tempo.

Le celle dei monaci erano rimaste praticamente intatte, ma il resto del monastero era andato in gran parte distrutto. In particolare, il portone era stato completamente consumato dalle fiamme. I monaci erano tuttavia rimasti sull’isola, celebrando la messa nella piccola chiesetta in fondo al cortile fino al 1512, quando il voivoda Neagoe Basarab aveva fatto completamente ricostruire il monastero di Snagov.