Doina Ruşti
Patru bărbaţi plus Aurelius - Doina Ruşti Cămaşa în carouri - Doina Ruşti Lizoanca - Doina Ruşti Fantoma din moară - Doina Ruşti Zogru - Doina Ruşti Omuleţul roşu - Doina Ruşti
Doina Ruşti
Patru bărbaţi plus Aurelius Cămaşa în carouri Lizoanca Fantoma din moară Zogru Omuleţul roşu

Doina Ruşti

L’omino rosso

Premio “Ad visum” per il debutto
Premio della rivista Convorbiri literare

l'omino rosso
Nikita Editore, Firenze, 2012
trad: Roberto Merlo


Com’è’strano l’amore a Bucarest a quarant’anni e al tempo dei social network. Lo racconta una delle scrittrici rumene più apprezzate, che affida a un piccolo omino rosso il comppito del condurre la protagonista in un improbabile Paese delle Meraviglie virtuale. Un’ironica e seducente storia, ambientata in una città magicamente contraddittoria.(Giuseppe Ortolano – Il Venerdì di Repubblica, 23 marzo, 2012, nr 1253)


L’omino rosso, tradotto da Roberto Merlo, è un romanzo complesso. Sicuramente offre un quadro della vita romena d’oggi nell’ottica di una grande città della periferia europea come Bucarest, pur sempre la capitale del Paese......
(
Diego Zandel, Orizzonti Culturali, nr. 4, 2012

L'omino rosso, Doina Rusti
Il romanzo rumeno contemporaneo

Ed. Bagatto Libri, Roma, 2010

33. Il colpo basso di quella settimana è stata la lettera di Rufă. Mi è difficile metterla sul forum, quando ci penso mi viene il mal di testa ma nello stesso tempo gli do anche ragione, mi vergogno e ho paura di essere malata. Non ho capito cosa l’ha colpito di più: che mi sono innamorata di un uomo molto più giovane di me oppure che mi sono innamorata di qualcuno senza averlo mai visto. Credo la seconda. Sebbene debba riconoscere che farei fatica a raccontarlo ad alta voce a qualcuno, ad esempio a Raluca, dentro di me la cosa mi sembra perfettamente normale. È possibile che non mi piaccia quando lo vedrò; diciamo che ci incontriamo per caso, senza che io sappia chi è, e che sia un tipo antipatico, come Rufă. Benissimo. Non mi piacerebbe. Ma quella sarebbe comunque una situazione diversa da quella che sto vivendo adesso e che mi fa girare la testa e mi coinvolge completamente, un legame intenso come non mi è mai capitato di vivere prima.

In conclusione, sarà quel che sarà. Per non tirarla tanto per le lunghe, Rufă mi ha scritto la seguente lettera:

 

Cara signora LolaQ,

Ho letto la sua lettera più volte e la prego di credermi che mi ha profondamente impressionato, oltre che coinvolgermi in maniera incondizionata. La ringrazio della fiducia che ha voluto accordarmi e per la sincerità della sua confessione. So bene quanto sia difficile confessare cose così intime e sono felice per lei che abbia avuto il coraggio di farlo e per me che abbia voluto affidarmi la sua confessione.

Cercherò di affrontare le cose una alla volta, ponendo la massima attenzione alla sua sensibilità.

Lei sostiene di essersi innamorata di un uomo molto più giovane di lei e che non ha mai visto. Racconta che vi scrivete da alcuni mesi, da novembre, e che desidera trovare una via d’uscita da questa situazione delirante, schiacciante e tirannica – ecco, ho citato le sue stesse parole.

Certamente, la “situazione” di cui lei parla è perfettamente umana. L’uomo amplifica i propri sentimenti tramite la scrittura, e la lettera di una persona cara assume le proporzioni che la mente del destinatario desidera conferirle. Esistono numerosi casi in cui parole innocenti come ad esempio io sto bene e spero altrettanto di te oppure ti sto pensando oppure spero che tu mi scriva ancora diventano dichiarazioni d’amore per la persona che le riceve. Ma perché e soprattutto quando? Succede alle persone sole, isolate dal mondo, prive di legami sociali e per le quali ogni intruso nel loro universo assume il volto che esse desiderano dargli. La prego sinceramente di non infuriarsi con me e di non odiarmi per ciò che le dirò.

Mia cara signora, mi lasci indovinare: abita da sola e ha sempre meno che fare con altre persone. Passa il suo tempo leggendo, guardando la televisione oppure davanti al computer. La sua esistenza di isolamento e, oso dire, infelicità ha generato il sentimento di cui parla. Esso può essere piacevole e avvolgente, come dice lei, e diventare per alcuni addirittura confortevole, ma, col tempo, si trasforma, è tormentoso e distruttivo. Se si sofferma a ragionare, la situazione non pare normale neppure a lei stessa: quest’uomo, che potremmo chiamare l’amante del sogno, non le ha fatto una dichiarazione, non ha pronunciato mai neppure la parola amore. È stato solamente amichevole, persino molto amichevole, ma ciò non prova nulla. Mentre lei ha bisogno di una prova. Ed è esattamente la ricerca di una certezza che comincia a dominarla e a farle male. Un male immenso, che ha spesso conseguenze catastrofiche.

La mia opinione, poiché mi ingiunge di darle un’opinione, è che lei si trova in grande pericolo. La mente umana ha immense capacità di trasformazione, ad esempio di mettere soqquadro l’organismo o di sconvolgere le percezioni. Il fruscio di foglie che lei sente nel cuore è sicuramente il sintomo di un disturbo cardiaco, il segno di una patologia che in nessun caso deve essere sottovalutata. Lei ha bisogno d’aiuto, di un aiuto specializzato. Mi dirà ecco di nuovo mi manda dal dottore. Non è così. Per prima cosa la manderei dalla gente, la esorterei a conoscere persone nuove, e, perché no, di trovarsi un uomo. E affinché non mi accusi di darle una risposta ambigua, come i soliti psicologi insulsi, per usare nuovamente le sue parole, le dirò in maniera ancora più esplicita: lei bisogno d’amore, e un passo verso questo amore sarebbe avere una relazione. Una relazione costruita con cura, facendosene un obiettivo.

È soddisfatta della mia risposta? Sono venuto incontro alle sue esigenze? La prego di rispondermi e ancora una volta la invito, in qualità di medico, naturalmente, ad un incontro nel mondo reale.

Dr. Nini Coroană

 

Anche se le affermazioni di Rufă mi sembravano logiche, generavano in me un sentimento di rivolta generale. Ti ricordi che l’ho insultato per un quarto d’ora, disgraziato, impotente, arrogante e cretino diplomato, un fallito, che non so neppure di cosa viva perché in questo paese non credo che vada nessuno dallo psichiatra, così, per principio, non che non ne avrebbero bisogno, finché tu mi hai detto “è un quarto d’ora che lo sta insultando, lascialo perdere, dimenticatene, piuttosto decidi da sola, tu sai meglio di chiunque altro cosa devi fare, ma se accetti comunque il mio umile consiglio direi che è il momento di aprire la porta, qualcuno sta suonano il campanello, credo che sia Raluca venuta a farti visita”.

Ed è seguita una giornata indimenticabile.

Raluca era sul piede di guerra, con pantaloni di pelle rossa e una giacca corta, col collo largo, impellicciato e sollevato, sembrava che fosse uscita da Mad Max.

“Ho fatto un salto da te a fumare una sigaretta che poi devo telare. Non ti dico i nervi che mi sono venuti”.

Aveva gettato la giacca sul divano, si era seduta in poltrona, con le gambe accavallate, e aveva tirato fuori le sigarette:

“Ci sono dei tipi che vogliono portarsi via mia cugina, proprio adesso, davanti al liceo”. Guarda l’orologio e continua: “Tra un’ora, quando finiscono le lezioni”.

“ E chi sarebbero?”

“I soliti dritti. Il figlio della direttrice, di fatto, un noto imbecille e una mezza sega che si porta dietro degli zingari e spaventa i ragazzini del liceo. Si caricano qualche ragazza che vedono tutta sola, che non c’è nessuno che la difenda, e poi la vendono agli zingari che mandano avanti i bordelli verso Griviţa”.

“Ti va di venire con me? Vieni anche tu, Saltatore? Ma cos’è ‘sta puzza? È come odore di…”

“Di cane. Viene dai vicini di sotto, attraverso canale di aerazione”.

Mi sono vestita in fretta, ho indossato la mia giacca a vento gialla, pensando alle ragazze rapite. Mi sentivo come se stessi partendo per una crociata. Sono uscito dalla porta ascoltando Raluca:

“Mi ci mancava proprio questa, dopo una settimana d’inferno, in cui ho incontrato diecimila volte Gioni insieme a quella cretina, abbracciati, baciandosi in maniera disgustosa, che spuntavano da dove meno te lo saresti aspettato, come dei coccodrilli ubriachi”.

“Ma perché disgustosi?”, hai chiesto tu saltando sul colletto rossastro della giacca di Raluca. Ti si distingueva appena.

“Perché li odio! Gli sparerei senza alcun rimorso. A tutti e due, anche lui. Non me lo riprenderei neppure se pregasse in ginocchio, mi ha umiliato, mi ha gettato da parte per una vacca ubriaca e senza cervello. Scendi dal mio colletto che mi rovini l’immagine”.

Era inutile dirle ancora una volta che tra lei e Castrato non c’era stato nulla.

Uscendo dal mio casermone ho visto Rufă. Era un giorno di sole, mi ricordo che la luce lo colpiva in volto. L’ho guardato negli occhi e mi è sembrato che fossero quelli di un uomo assediato: occhi castani, inquieti, che sbattevano per riflesso a causa del sole. Mi era totalmente antipatico. Come ho fatto scrivere io a questa persona, mi chiedevo, e cose simili, poi!, sentendo però nello stesso tempo che gli avrei scritto nuovamente. In fin dei conti, lui era il mio vicino.

Rufă ci è passato accanto salutandomi in maniera discreta e facendo grande attenzione a che non ci toccassimo. Il cortile interno del condominio era gremito di macchine su cui si era sciolta la neve, e nel gruppetto di alberi si scorgevano due panchine di solide assi. Siamo uscite su Calea Moşilor, e Raluca è andata dritta sparata verso le fioriste sul marciapiede.

“Siamo qui per parlare di quel problema”, ha detto.

Erano due zingare giovani. Una stava sulla sedia accanto al tavolo sul quale mangiavano ogni giorno, un tavolo di quercia, non molto alto e ornato di bande di legno scolpito, come si usava prima della guerra.

“Certo, signorina, ha detto la zingara sulla sedia, soppesando con attenzione Raluca e noi con uno sguardo rapido e professionale. Ci siamo messe d’accordo che ci mandino degli zingari dai Mercati “Traian”. Quando abbiamo i soldi in mano, diamo un colpo di telefono e sono subito qua. Aveva pronunciato la parola zingari con un disprezzo totale. Era una donna sotto i trentacinque, grassa, con un sacco di gonne e un grande grembiule azzurro. Portava i capelli neri strettamente legati in una grande crocchia sulla nuca. Forse non era neppure zingara.

“Allora fa 10 dollari a uomo, come abbiamo detto, no?”

“Sì, più l’autista e la nostra commissione, signorina”.

La fioraia parlava con rispetto e mi è sembrato che sapesse chi era Raluca, ma ero comunque un po’ in apprensione:

“Forse sarebbe meglio che parlassi con tuo padre, le ho suggerito parlandole sottovoce nell’orecchio, al riparo dei capelli spettinati, anche se sapevo perfettamente che la fioraia sentiva lo stesso quello che stavo dicendo. Sa che cos’ha in mente di fare?”

“E brava! Chi credi che mi abbia mandato qui?”

Nel frattempo, l’altra donna si era chinata su un secchio di fiori per tirarne fuori qualcosa, una specie di piccoli granelli che infilava con gran cura nella tasca di un cliente. Ho pensato che fosse della droga, ma siccome avevo già fissato abbastanza la scena non sono stata a controllare anche la somma ricevuta.

“Due li prendo con me in macchina”, ha detto Raluca, aggiungendo poi, mentre allungava 100 dollari alla donna, “Grazie per lo sconto, me ne ricorderò, madame Pansica”.

Da sotto le voluminose gonne da fioraia la donna ha tirato fuori un telefono, un Nokia minuscolo, e ha detto brevemente: “Fai venire i ragazzi!”

Non abbiamo dovuto aspettare granché, forse due minuti, e sono arrivati. Un’Audi argentata nella quale si vedevano quattro uomini, sorridenti e con le giacche di pelle. L’autista ha domandato al Raluca: “Viale Banu Manta, signorina?”

“Sì, venite dietro a me. È quella Matiz grigia parcheggiata sulle strisce pedonali vicino all’incrocio”.

Hanno fatto allegramente cenno di sì con la testa, non hanno neppure guardato la macchina di Raluca, forse la conoscevano. Sono comparsi altri due tipi, un po’ più giovani, non sembravano avere più di trent’anni, dalle carnagione chiara e anche loro ben vestiti. Uno aveva i capelli lunghi fino alle spalle e aveva l’aspetto di un rocchettaro degli anni ’90.

Siamo partiti per viale Banu Manta, dove si trovava il liceo, con tutta la banda, davanti io, te, Raluca e i due zingari nella Matiz, dietro l’Audi, riempita fino a scoppiare dai quattro bestioni allegri, imbacuccati nelle giacche di pelle come i mafiosi dei film.

Ci siamo fermati dietro il liceo, in una stradina stretta. Accanto al cancello stava un ragazzo biondo, piuttosto malmesso, circondato da quattro zingarelli rachitici, che sembravano adolescenti, più o meno della stessa età del biondino.

“E questi qui sarebbero quelli che vogliono portarsi via tua cugina, signorina?”

“Beh, sì, sono loro, ma non fare tanto il furbo, capellone, che non sai con chi hai a che fare. Sono degli infami come pochi, e al bisogno ne chiamano altri peggio di loro. Alle spalle hanno la banda di Manafu, che opera nelle ville; il biondino è il figlio della direttrice del liceo, che gli fornisce gli indirizzi. In più, si porta a scuola ‘sti stronzetti, entrano nelle classi e portano via tutto quello che trovano: telefonini, giacche, zaini firmati e così via. In breve, terrorizzano il liceo e nessuno protesta perché la direttrice in ogni caso non prende provvedimenti”.

“Giusto, in fondo è suo figlio”, si rallegra il capellone.

In effetti, tutti i nostri accompagnatori parevano alquanto gioviali, neppure io ne capivo il perché ma tu hai pensato bene di domandargliene. I nostri due si sono girati verso di te, che stavi sul cruscotto della macchina come su un palcoscenico, e sono scoppiati entrambi a ridere, senza spiegazioni.

„Dai che sta uscendo mia cugina, la brunetta coi capelli lunghi, quella con lo zainetto della Nike”.

Siamo usciti tutti quanti dall’auto, incluso tu, eri stato piuttosto silenzioso durante il viaggio e che adesso galleggiavi leggero davanti a me, come un apripista. La cugina di Raluca era uscita dal cancello della scuola e si era diretta verso il taxi che aveva chiamato, ma poi si era fermata accanto alla portiera dell’auto e guardava verso di noi. Più o meno in quel momento, anche noi siamo arrivati davanti al ragazzo biondo, che guardava leggermente stupito la nostra scorta. Alle nostre spalle arrivavano gli zingari che erano venuti con l’Audi, grandi, grassi, come se fossero stati fatti gli stracci avvoltolati, tanto sorridenti e felici si sarebbe detto fossero venuti a una festa.

“Ascoltami bene, stronzetto, ha aperto la discussione a Lucca, quella tipa è mia cugina. Guardala bene, che non te lo spiego una seconda volta”.

Nel frattempo, i bestioni alle nostre spalle avevano fatto segno agli zingarelli di levarsi dai piedi, e quelli si erano decisamente allontanati. Il capellone aveva preso per il collo il figlio della direttrice, che fissava con gli occhi strabuzzati e tutto rosso, come un’anguria spaccata a pugni, prima Raluca e poi il capellone, ma soprattutto te, che gli galleggiavi davanti agli occhi.

“Silvia, tesoro, vieni qua, che ti veda bene!”

Una volta avvicinatasi anche la cugina, Raluca ha ripreso il discorso:

“Guardala bene e non venirmi poi a dire hai fatto confusione! A me mi conosci, vero? Dimmi un po’, coglione, mi conosci o non mi conosci?”

Silvia osservava negligente la scena, imbarazzata per tutta la faccenda, mentre tu stavi sulla mano del capellone, la mano che strozzava il ragazzo, e gli facevi dolcemente la morale: “Non essere così duro, è crudele, non stringerlo troppo forte che lo soffochi, è una cosa barbara, se solo accertarsi il mio aiuto…”

Ricordo che si era rannuvolato, era pieno giorno, luminoso, ma nonostante tutto grigio. Accanto a noi passavano branchi di studenti che facevano finta di non vedere.

“Sei la figlia del senatore”, ha sussurrato ansimando strozzato il figlio della direttrice.

“Perfetto. Quindi mi conosci. Ascolta bene, se ti azzardi un’altra volta anche solo a guardarla, ti taglio le palle. Diglielo anche tu, capellone, che non creda che sto scherzando!”

“Prendi questo, sfigato di merda, come aperitivo!”

Il capellone gli ha mollato qualche pugno in pancia e l’ha lasciato cadere sul marciapiede. L’ha lasciato a piegarsi lentamente in due accanto al recinto del liceo.

Allora tu ha fatto comparire sopra la mia testa e quella di Raluca un ombrello grande, rosa. Immediatamente ha cominciato a piovere. Tu reggevi l’ombrello gigantesco, e gli zingari ti guardavano allegri, come se stessimo ritornando da un ballo. Si può dire che avessi messo in pratica il consiglio di Rufă. Avevo davvero cominciato a socializzare[1].

 

34. Credo che quel giorno stesso oppure il giorno dopo ho scritto ad Andrei quanto fosse importante per me sapere che aspetto avesse e gli ho chiesto una foto. Gli ho detto che ho bisogno di vedere con i miei occhi la persona alla quale scrivo, perché altrimenti ho la sensazione di stare scrivendo su un muro e altre scemenze del genere.

Poi è seguito l’episodio da Felicia Ardelean. Proprio quel giovedì mi ero incontrata con una tipa, Alina, che conoscevo dalla Rivoluzione. Lavorava adesso in una casa editrice che pubblicava libri per bambini. Tra una cosa e l’altra, le avevo detto di me e mi aveva dato da scrivere una prefazione alle favole di Slavici. Voleva una cosa densa, un ministudio di una trentina di pagine per il quale mi aveva promesso quattro milioni. Mi vedevo già a comprare una webcam digitale, per comunicare con Florentina. Così mi sono messa a scrivere. Con la testa piena di fate, draghi e principi, sono andata da Felicia, pregandoti per tutto il tempo di darmi una mano a finire in fretta per poter tornare a occuparmi di Slavici prima di perdere il filo. Sono entrata come sempre dal retro, ma Felicia doveva sapere che ero entrata in casa perché ha fatto immediatamente la sua comparsa. Ci ha detto sorridente, guardando di quando in quando verso di te, che vuole otto insalate elegantemente presentate in altrettante terrine che mi pregava di portarle al piano di sopra, di sistemarle su un carrello che mi che attendeva già pronto in cima alle scale e di portare il tutto nell’adiacente sala da pranzo.

“Siamo seduti al tavolo rotondo, vicino al camino. Ne metti una davanti a ciascuno, sulle tovagliette di bambù. Vieni tra 40 minuti, non oltre. Guarda, ecco qui un orologio”.

Mi è preso il panico di non riuscire a fare in tempo. Ti ho messo a lavare l’insalata verde, l’ho tagliata sottile e l’ho messa in un’insalatiera enorme, in cui ho cominciato a gettare aneto, carote tagliate julienne, funghi crudi, pezzettini d’arancia e mele grattugiate, cetrioli, striscioline di peperoni, cicchi d’uva e ogni sorta di aromi. Ho condito con un po’ d’olio e succo di limone e ho guardato l’orologio. Erano passati 15 minuti.

Poi sono salita a studiare il terreno. Si sentiva una voce conosciuta che teneva un’arringa sul ruolo del libro stampato. Era Neica. La scoperta mi ha tagliato le gambe. Ho fatto un passo, poi mi sono fermata in cima alle scale, dietro la porta aperta, spinta contro il muro come un paravento tra me e il tavolo dei miei “clienti”. Avevo di fronte la parete di vetro scorrevole, spalancata, e vedevo il giardino, in cui erano fioriti alcuni bucaneve, e la piscina. Faceva caldo, un caldo innaturale, che non proveniva solamente da fuori, perché anche il marmo dei pavimenti era riscaldato. Alla mia destra si trovava uno specchio in cui si rifletteva il tavolo rotondo, intorno al quale stavano confortevolmente seduti, in poltrone di pelle viola, soltanto facce conosciute: Neica e la sua lolita, Cornel della televisione, Costica Bălăceanu del ministero, Crissina e Gioni Castrato, più i coniugi Ardelean. Mentre li stavo fissando mi sono resa conto che se io li vedevo anche loro potevano vedere me. Avrei voluto scendere di sotto ma non potevo muovermi. Sono stata assalita da un’angoscia terribile e ti ho chiamato con il pensiero. Ero entrata in panico, non avrei più voluto, in generale, avere nulla a che fare con nessuno di quegli individui, ma addirittura doverli servire, farmi vedere da loro nei panni di una domestica, mi sembrava un pensiero insopportabile.

A fatica ho voltato le spalle allo specchio e mi sono messa a guardare le mie calzature, che mi apparivano estranee, non erano più le mie scarpe dalla suola di gomma, ma un paio di scarpe dalla punta consumata, corte, con le stringhe rotte. Erano nere e scalcagnate. Poi mi sono resa conto che stavo tenendo la fronte appoggiata alla porta aperta. Ho fatto per girarmi e tornare di sotto in cucina, ma qualcosa, un ostacolo, mi ha fatto fare un passo indietro. Era una donna alta, una vera montagna. La guardavo dal basso in alto e ho realizzato di non aver mai visto una persona così alta. Mi ha preso per mano, strattonandomi per bene, e ha iniziato a trascinarmi dietro di sé, come un sacco. Ero spaventata tanto dalla comparsa della gigantessa quanto dal modo in cui mi sbatacchiava da una parte all’altra ed ero imbarazzata dallo spettacolo che probabilmente stavo offrendo. Mi sono guardata intorno, ma il paesaggio era cambiato. Ho girato la testa, e dietro di me c’era il buio. Mi sono fermata e ho opposto resistenza quanto ho potuto e per un attimo sono riuscita a liberarmi dalla presa della donna gigante, mi sono voltata e ho guardato meglio: nel buio si distingueva un baluginare di lettere gialle e mi è sembrato che ci fosse scritto alazar, mentre più in alto, come un’ombra, il volto amichevole si profilava violetto, trasparente, irreale.

Quando la donna si è girata anche lei e mi ha afferrato di nuovo, ti ho chiamato urlando tutti i tuoi nomi, ehi, Angelo, Omino, Saltatore, non mi lasciare nelle mani di quest’arpia, vieni almeno a dirmi cosa devo fare, ma tu non mi hai risposto, cioè non in quel momento. La donna si è voltata e si è chinata per farsi vedere meglio: aveva un bel volto, ma piuttosto sciupato e con il naso leggermente storto, appena deviato dalla traiettoria preannunciata dalla radice, che le dava l’aria di una creatura infelice. Mi ha guardato oltraggiata e mi ha detto:

“Senti, guarda che se non ti dai una calmata te le prendi!”

“Dove vuoi portarmi?”, le ho chiesto io.

“Al diavolo! Dove vuoi che ti porti? Dopo che ti sono corsa dietro tutto il pomeriggio! Se te ne vai un’altra volta in questo modo, senza dire niente, lo dico a tuo padre e te ne da lui quanto basta! Bambina ingrata e disgraziata! Non so davvero da chi hai preso, di certo non da me!”

Mi sono resa conto che mi trattava come una bambina e come se mi conoscesse. I miei genitori sono morti da tempo, e quella donna non la conoscevo. Mi sono guardata ancora una volta i piedi e mi sono resa conto che assomigliavano davvero a quelli di un bambino. Poi ho notato che indossavo un vestitino rosso che, mi sono ricordata con una certa emozione, avevo avuto quando ero piccola. Era un vestitino di velluto, con il colletto bianco di pizzo. Sopra portavo una specie di raglan lavorato a mano, di lana spessa. Con la mano libera mi sono tastata i capelli e ho ritrovato alle mie spalle la treccia legata con i nastri bianchi. Ero di nuovo una bambina, in quell’età cretina quando non può fare nulla di ciò che potresti realmente fare perché non ti lasciano in pace genitori, nonni, fratelli maggiori, tate, maestri ecc.

Siamo uscite in un luogo luminoso, su una strada illuminata da lampadine che abbiamo attraversato dirette verso una casa piuttosto grande, in cui ho capito che abitavamo. Nulla mi era familiare, né il cortile fangoso, né i gradini di cemento, né la stanza nella quale siamo entrate. Era una camera piccola, luminosa, dipinta di una fragola pallido, popolata dal mobilio convenzionale delle camere dei bambini: lettino, scaffali, armadio, uno sgabello cubico e una cassa di pupazzi e bambole accanto al comodino.

“Spogliati subito e vieni a fare il bagno”, mi ha detto la donna, un po’ più calma.

Ho aperto l’armadio e ho dato uno sguardo al vestiario. Sulle grucce erano appesi ogni sorta di vestitini che non erano miei, o che perlomeno non ricordavo di aver mai posseduto. Mi sono tolta a fatica l’abitino di velluto ma non sono riuscita ad appenderlo sulla gruccia. Ero goffa, maldestra e mi muovevo lentamente. Ho cercato un accappatoio, qualcosa con cui cambiarmi, ma a parte i vestitini non c’erano che canottiere e mutandine. Mi ero appena seduta sul letto, per cercare di togliermi le calze, quando ho sentito la voce irritata della donna:

“Datti una mossa, che non posso mica stare dietro a te tutta la notte!”

Il bagno è stato un incubo. Mi ha strapazzato tutto il tempo, inviperita perché mi ero presentata con le calze ancora indosso, mi ha gettato nella vasca e mi ha strofinato come fa una lavandaia con i panni, versandomi ogni tanto in testa un pentolino di acqua bollente. Quando finalmente sono sfuggita alle sue grinfie, avevo gli occhi pieni di lacrime, la pelle arrossata e un grande rancore nel cuore. È seguita la cena: riso con il latte ricoperto di sciroppo. Mentre cercavo di spiegare che la sera non mangio, è comparso un uomo, alto più o meno come la donna. Rivedendo la mia situazione di bambino, però, non mi parevano più così alti, saranno stati intorno al metro e settanta, persone normali, in ogni caso. Lui era un uomo al massimo sulla trentina, snello e abbronzato. I capelli bagnanti di sudore spuntavano da sotto un cappellino azzurro con la scritta Addidas. Non appena mi ha visto gli si è illuminato lo sguardo, si è tolto il cappellino e si è chinato su di me insieme a tutti gli odori pestilenziali del mondo:

“Ma guarda cos’abbiamo qui! La mia patatina che me la mangerei tutta!”

Non ricordo più come mi chiamassero papà o i nonni, né cosa mi dicesse la mamma prima di andare a dormire, ma cose di questo tipo credo che mi sarebbero sembrate patetiche persino allora, quando ero piccola. Siccome non avevo alcuna intenzione di incoraggiare simili familiarità, ho fatto una faccia costernata e mi sono alzata da tavola. Il che si è rivelato una pessima mossa, visto che l’uomo mi ha preso in braccio e mi ha sbaciucchiata tutta, impregnandomi di quell’odore misto di rum, tabacco, stalla e benzina, per cui non ho potuto trattenermi dal domandargli in che posti si fosse rotolato per puzzare a quel modo. Ma, come c’era da aspettarsi, l’uomo non mi ha risposto, ha riso e ha fatto un battuta sulla mia seriosità. Sono corsa nel lungo corridoio finché non ho trovato uno specchio. Ero io, stavolta, non nella pelle di qualcun altro, ma ero così come mi conoscevo dalle foto di quando avevo sei anni. Stavo davanti allo specchio in un pigiama blu, con la mia faccia da bambino obbediente e attento, gli occhi leggermente spalancati e i capelli castani sciolti in ciocche umide, pettinato con la riga a sinistra.

La mia vita andava avanti lentamente e con difficoltà nella famiglia Stoica. Non erano né meglio né peggio di altri genitori, ma, alla mia età, dopo averne passate tante e aver dimenticato cosa volesse dire avere dei genitori, dal momento che i miei erano morti quando avevo dieci anni, la situazione si faceva sempre più pensante. Lei si chiamava Săndina, lui – Marcel. Lei mi svegliava all’alba, mi obbligava a bere un bicchiere di latte, mi vestiva, mi preparava una specie di fagottino con i giocattoli e mi portava all’asilo. Mi trovavo in un grande villaggio, dagli abitanti molto socievoli, per cui non passava giorno senza che qualcuno mi domandasse come stai, cos’hai mangiato, a che ora è tornato ieri sera tuo padre, cosa vi siete comprati che ho visto tua madre scaricare il carrello, dove hai preso questo bel vestitino, la zia Florica non viene più a trovarvi?

Săndina aveva assimilato a dovere la filosofia pedagogica dei suoi avi. Mi educava senza porsi domande, in modo classico: non metterti le dita nel naso, non raccontare bugie che ti ammazzo sei scopro che mi racconti bugie, non rispondere che te le prendi; il bambino deve stare al suo posto, non aprire bocca quando parla un genitore; vai dove ti dico io di andare, che so meglio di te perché ti ci mando, non raccontare in giro i fatti nostri, mangia anche se non ti piace, che male non ti può fare, non farci fare brutte figure, che noi siamo gente per bene e nessuno della nostra famiglia a mai fatto niente di cui ci si debba vergognare, non fare domande, quando ti dico che si fa così vuol dire che si fa così e basta; perché, perché? Chi ha bisogno di sapere perché e chi se ne importa! Quando io dico chiaro e tondo che si fa così! Mi farai morire a forza di questo e di quello. Se apri la porta agli sconosciuti arriva uno che è appena scappato di prigione, lo conosce persino tuo padre, chiedilo anche a lui, e ti pianta un ferro arroventato negli occhi. Anche per strada non uscire da sola che ci sono quelli che rubano i bambini e li portano in una cantina dove li danno da mangiare ai topi. Non toccare, non far cadere nulla, stai buona al tuo posto. E soprattutto, non azzardarti a piangere!

Questa interdizione del pianto mi sembra estremamente insidiosa, peggiore delle minacce o del ricatto. Soprattutto perché fa rientra in un’intera teoria sulla debolezza e sulla forza di carattere. Esiste, radicata nel cervello atavico delle gente comune, l’idea che il pianto sia un’espressione di vigliaccheria, una dimostrazione palese di impotenza. Trattenersi dal piangere è solo un modo idiota, coltivato a livello sociale, per annichilire le emozioni dell’uomo, di triturarne la sensibilità. Le persone che non piangono muoiono lentamente, appassiscono perché non si esprimono, congelati in una “faccia” che non è la loro.

Siccome mi ero stufata dei precetti di Săndina e soprattutto dei suoi metodi educativi brutali, una sera, mentre cercava di riempirmi di uova fritte, ho sfoderato tutta la mia eloquenza e, cercando di non ridere, le ho detto:

“Senti un po’, madama, non pensi che sarebbe il caso di gettare alle ortiche tutta questa filosofia vernacolare? Un bambino non è solamente un sacco dentro il quale versare tutte le proprie idiosincrasie, repressioni e aspirazioni fallite”.

Săndina era stata colta di sorpresa, ma non aveva perso il suo sangue freddo.

“È questo che vi insegnano all’asilo…”

“Tutto questo non ha nulla a che fare con l’asilo o con cose del genere. Sarebbe meglio che facessi attenzione e mi ascoltassi. Si tratta di noi due e del nostro rapporto”.

Ma non buttava affatto bene. Era appena entrato Marcel e la tensione iniziale, per poca che fosse, si era sgonfiata in fretta, con un “ascolta un po’ cosa dice tua figlia, i bambini di oggi, gesù…”. Dovevo catturare in qualche modo la loro attenzione, e in fretta. In cortile si vedeva un mucchio di zucche appena raccolte.

“Se volete fare soldi”, ho cominciato io, guardandoli con l’aria più indifferente possibile, “prendete quelle zucche e il tavolino pieghevole, ficcate tutto nel furgoncino e domani mattino andate a Bucarest. All’Università, sapete dov’è l’Università? Bene, là, vicino alla fontana, c’è il mercatino delle associazioni civiche. Mollate il furgoncino nel parcheggio che c’è tra l’Università e Architettura, tirate fuori il tavolino e ci mettere sopra qualche zucca con il prezzo scritto su un pezzo di carta: 20.000 al pezzo quelle piccole, 30 quelle grandi”.

Finalmente erano attenti. Si guardavano l’un altro e tacevano. Alla fine, ha parlato Marcel:

“Ma piantala, diamine, chi vuoi che se le pigli?”

“Garantito!”

Non so cosa si siano detti quella notte e come siano arrivati ad accettare l’idea, ma all’alba del giorno dopo sono partiti per Bucarest con 200 zucche. Ero terrorizzata al pensiero che non le avrebbe comprate nessuno, ma la fortuna è stata dalla mia. Sono tornati la sera, felici, e mi guardavano come la gallina dalle uova d’oro. Mi avevano portato della cioccolata con le nocciole e sono rimasti molto delusi quando gli ho detto che la roba dolce non mi piace. Dopo che mi hanno messa a letto, sono tornata di soppiatto verso la cucina e ho ascoltato quello che dicevano da dietro la porta. Parlavano in modo acceso, erano nello stesso tempo indignati, stupidi e desiderosi di svelare il mistero. Per mia disgrazia, la cosa è scivolata nel misticismo. Credevano che fossi posseduta qualcosa, ma non riuscivano a decidere se fosse uno spirito buono oppure uno maligno.

Da qui ha avuto inizio il mio calvario. Mi trattavano in modo diverso da prima, è vero, mi lasciavano mangiare quello che volevo, ad esempio, ma mi facevano ogni sorta di domande ridicole, come ad un oracolo: “Che facciamo, vendiamo la mucca adesso oppure aspettiamo che sgravi?” “Vendete il vitello, e la mucca tenetela per il latte, ci fate il gelato e lo vendete qui alla finestra sulla strada”. “Cos’è meglio, comprare il trattore o prenderne uno in affitto dall’azienda agricola?” “Se avete tutti quei soldi, comprate il trattore, cosa aspettate! E poi lo affittate voi agli altri” “Quando e dove dobbiamo vendere il vino che abbiamo in cantina?” “Due settimane prima di Pasqua, in botticelle piccole, da 5 litri, lo portate a Bucarest e andate casa per casa, in alcune strade che conosco io”.

La faccenda è peggiorata quando hanno cominciato ad arrivare vicini, amici, parenti, insomma, quanto sono entrata nel mirino dell’opinione pubblica, e non so dove sarei finita, se non fossi apparso tu.

Quel giorno ero uscita al cancello. Era ora di pranzo e entrambi i “genitori” erano fuori. Non avevo neppure fatto in tempo a chiudere bene il cancello alle mie spalle che mi è venuta incontro una vecchia del vicinato. Non so cosa stesse dicendo, so solo che è scesa sul mondo una luce rossa, calda. Ho guardato verso il cielo e ti ho visto strabuzzare gli occhi, con la faccia incollata al vetro, a una pellicola trasparente, a qualcosa fino ad allora indistinguibile. Quanto ti sei accorto che ti vedevo, ti sei allontanato un po’ e mi hai mostrato l’orologio; erano le 6 e 28 minuti di sera. E all’improvviso mi sono ricordata delle insalate. Mi sono sollevata leggermente sulle punte e ho visto che potevo levitare, sono venuta rapidamente su, verso di te, poi sono uscita attraverso la pellicola simile al nailon, in cima alle scale, che portavano alla cucina dei coniugi Ardelean[2].

 

35. Non c’era niente da fare, dovevo spingere il carrello verso la sala da pranzo. Tu avevi sistemato tutte le terrine con l’insalata e hai detto che avresti continuato ad aiutarmi, di non preoccuparmi. Sono passata accanto allo specchio e ho visto la mia faccia appena uscita dall’alazar, brillante e viva, poi mi sono avviata verso il tavolo, sul quale campeggiavano bicchieri grandi, forse di succo d’arancia. Sembrava piuttosto semplice, non c’erano ostacoli. Ho preso la prima terrina e l’ho piazzata davanti a Crissina. Tu sorvegliavi l’operazione dalla mensolina di marmo del caminetto. La discussione era all’apice. I coniugi Ardelean volevano mettere in piedi una biblioteca elettronica, una specie di minicomputer con migliaia di testi appartenenti al patrimonio nazionale. Neica avrebbe dovuto occuparsi dell’edizione, Costică Bălăceanu prometteva finanziamenti dal Ministero dell’Educazione, cioè soldi nostri, Cornel di occuparsi della pubblicità in televisione, mentre Gioni e Crissina erano gli specialisti che avrebbero dovuto selezionare i testi. Ovviamente, ciascuno parlava solo di sé. Quando sono gli arrivata davanti, Costică si era appena lanciato in una serie di sperticati elogi di se stesso, e quando alla fine ho incrociato il suo sguardo mi sono resa conto che il mio volto non gli diceva nulla, neppure la mia smorfia di disgusto attirava la sua attenzione, mi vedeva come una domestica e credo che davvero non abbia riconosciuto. Gli ho messo davanti la terrina e sono andata oltre.

Li ascoltavo e avrei voluto in quei momenti vedere Costică e Neica umiliati in qualche modo, che tu facessi loro qualcosa, che gli sputassi nel succo di frutta o che si strozzassero con l’insalata. Ma non è successo nulla. Credo che questo sia quello che mi è piaciuto di più in te, non so se te l’ho mai detto, il tuo modo retto di giudicare il mondo, senza imbestialirti o disperare come me, anche se ti ho implorato un sacco di volte di rubare, mentire, punire in mio nome.

Una volta finito con le insalate, sono scesa in cucina e ho aspettato che venisse Felicia a darci i soldi.

“Come ti spieghi che non mi hanno riconosciuto?”, ti ho chiesto.

“Come fai a dire che non ti hanno riconosciuto? Questa gente non guarda i domestici, e se identifica in essi una persona conosciuta, non rendono pubblico il loro sospetto, non si tradiscono neppure con lo sguardo, perché lo trovano compromettente”.

Ho preso 500 mila lei da Felicia e siamo rimaste che sarei continuata a venire il lunedì.

Sulla strada del ritorno, abbiamo parlato della mia entrata nell’alazar.

“Ha qualcosa a che fare con quella notizia della bambina che si innalzata al cielo?”

“Sì”.

“Io sono quella bambina? È assurdo!”

“Ma ti piace”.

“Va bene. Ma quelle persone, stupide o no, hanno perso il loro bambino!”

“Non hanno mai avuto un bambino, succederà solo nel 2003”, hai detto tu mentre salivamo sul 300. Fino alle Gallerie “Orizont” non ho potuto nemmeno respirare, figurati sedermi, era strapieno come al solito. Da là abbiamo preso verso l’Università, siamo passati da Raluca, ma non era a casa, poi abbiamo fatto un giro alle bancarelle dei libri, siamo scesi nel sottopassaggio e abbiamo tirato il fiato nel filobus 66, che miracolosamente era quasi vuoto. Io mi sono seduta nei posti in fondo, ti ho pregato di posarti sulla mia borsa e ho continuato il mio interrogatorio:

“Se non hanno avuto un figlio, come facevano a non saperlo? Perché si comportavano con me come se mi avessero cresciuto fin da piccola?”

“Perché le persone sono disposte a credere qualsiasi cosa”.

“Esagerato. E non c’erano mica solo loro, là, c’era un’intera comunità in cui tutti sapevano tutto di tutti…”

“È sufficiente che qualcuno dica vado a prendere la bambina all’asilo perché l’altro accetti le sue parole. Dubita, ma accetta, si domanda ma quale bambina, però se Săndina risponde senza esitazione, come quale, la mia Loreta, cos’hai oggi, stai male?, l’altro tace e si dice che c’è qualcosa che non va, ma non insiste”.

“Balle. Non mi dire che Săndina mentiva sapendo di mentire”.

“No. Assolutamente. Lei stessa si era svegliata un bel giorno con il pensiero che deve vestire la figlia, darle da mangiare, portarla all’asilo e non si era chiesta di quel bambino si trattasse, piuttosto si era sentita in colpa anche solo per aver pensato di porsi questa domanda.”

“Insomma, se lo dici tu. Hai messo loro in testa il pensiero di avere un figlio…”

“Non io!”

“Sì, me l’hai già detto, tu non sei che un povero saltatore”.

“Perché povero?”

“Scusa…”

Due ragazze giovani, sedute rivolte verso di noi, ci seguivano incuriosite, si davano di gomito, bisbigliavano su di noi.

“Ma chi? Chi decide qui? Chi mi manda nell’alazar?”

“Tu”.

Sono scesa dal filobus e ho fatto il giro dei negozi della zona per comprare pane, dentifricio, formaggio fresco. Dalla Chiesa di San Pantelimon si sentivano le voci del coro femminile. Sono entrata un attimo, più per sentire la musica che per pregare e mi è venuta una tristezza incredibile. In questa chiesa i salmi suonano in modo diverso, mi riferisco alla musica. Sono melodie quasi laiche che a me ricordano le romanze del secolo passato. Sui gradini che portano al pulpito inutilizzato era fissata una grande icona rappresentate S. Pantelimon, dottore senza denari. È un giovane uomo, con il volto luminoso e i capelli neri. Accendo una candela per la protezione della mia anima e mi avvio verso casa, esausta.

Quella sera non ho continuato la prefazione, come avrei voluto. Ho spalmato un po’ di pasta di pomodoro su una fetta di pane, poi ho acceso internet e sono entrata nella posta. Mi sono sentita immediatamente riscaldare quando ho visto la lettera di Andrei:

 

Cara Laura,

mille scuse per aver trascurato la nostra corrispondenza in quest’ultimo periodo. Devo dirti che mi sono impegnato in un progetto interessante, che mi ha assorbito totalmente. Si tratta di una rivista-magazine di psicologia, con articoli di divulgazione. A New York c’è una giornalista, non so se ne hai sentito parlare, ma qui è molto conosciuta – Emma Rewin. Due settimane fa è venuta da noi in facoltà e ha tenuto una conferenza. Alla fine siamo rimasti un po’ a parlare e mi ha invitato a un avvenimento very mondano che ha luogo in questo periodo dell’anno, sotto il patronato dell’Associazione dei Giornalisti di NY. Viene molta gente del ramo, si assegnato dei premi per l’anno passato e si discute in gruppi ristretti, come a un cocktail. Dopo che mi ha raccontato di questo progetto della rivista di psicologia, è iniziata la sarabanda: mi sono incontrato con varie persone coinvolte, ho visto, in parte, la strategia di mercato, ho fatto alcune proposte di contenuto e alla fine ci siamo incontrati tutti. Abbiamo fatto un brainstorming e dopo varie ore di discussione abbiamo finalmente stabilito a grandi linee le coordinate del progetto. L’altro ieri ci siamo incontrati con lo sponsor principale, al quale la nostra idea è piaciuta molto. La sera, poi, abbiamo festeggiato. Solo io ed Emma.

Adoro la neve, non so se te l’ho già detto. Quando sono nato, nevicava della grossa…. era un giovedì. A proposito, tu che giorno sei nata? Spero che me lo vorrai dire. L’inverno qui è stato magnifico, ha nevicato come non mai, ieri sembrava di essere in un sogno. Abbiamo camminato lungo Park Avenue verso Union Square, sotto la neve. All’inizio volevamo entrare all’Express o al Medusa per mangiare lumache. Alla fine, invece, abbiamo optato per un ristorante giapponese. Eravamo solo noi due e fin quasi alla fine della cena siamo rimasti i soli clienti. Era un locale lungo e stretto, con molte finestre che davano sulla strada, si vedeva la neve scendere come a Natale. Devo dirti che abbiamo mangiato un sushi incredibile, Dragon Roll, con avocado, maionese, riso, anche quello buonissimo, e ripieno di anguilla e rondine. Insomma, una cosa fantastica! E ovviamente abbiamo bevuto saké.

A presto,

Andrei

 

Questo è  tutto. Della fotografia neppure una parola, non il minimo segno che avesse letto la mia lettera. Mi sono rattristata moltissimo, anche se pensavo che avrei dovuto essere felice per lui. Mi immaginavo quel localino con un sacco di finestre, la nevicata lenta, il piacevole torpore, il calore e la conversazione con Emma e mi prendeva una tristezza secca e brutale. Rufă aveva ragione: avevo il dovere di uscire di casa e trovarmi un uomo[3].

 

36. Quel venerdì, il 9 febbraio, ho saputo che la casa editrice Al-M era fallita, sono corsa a recuperare il manoscritto e sulla strada del ritorno sono passata in Radio per parlare con Lucian. Non potevo credere quanto fosse cambiato in un solo mese. Era più grasso, più rilassato, aveva come un velo sul volto: parlava con me, ma sembrava che non mi vedesse. Per il resto, si comportava in modo amichevole come sempre.

Uscendo dalla Radio mi sono imbattuta in Crissina. Se ne stava andando anche lei, aveva appena preso parte a un programma, per parlare della letteratura interbellica. Incedeva leggera, come se camminasse su degli aghi, con i piedi infilati in un paio di scarpette scollate e alte che spuntavano come due banane da sotto il cappotto lungo, largo e ricoperto di ogni sorta di nappe e pompon. Mi ha guardato e mi ha detto all’improvviso, dopo che avevamo camminato l’una accanto all’altra per due minuti senza neppure salutarci: “So che eri tu dagli Ardelean. Giovedì. Continuiamo a incontrarci, vero?” Anche se mi sforzavo di disprezzarla perché aveva soffiato Castrato a Raluca, rubava le tesine degli studenti, era beona, facile e impostora, non ci riuscivo, anzi, ne ero inspiegabilmente attratta e addirittura desideravo vagamente ascoltarla ancora parlare.

“Che ne dici di prendere un taxi? Dove vai?”, mi ha chiesto.

“Verso l’Università”.

“Beh, facciamo la stessa strada”.

Abbiamo trovato subito un taxi, l’autista la conosceva, e dopo poco siamo scese alla Libreria Eminescu.

“Ascolta la mia proposta: noi due dobbiamo parlare. Che ne dici di andarci a bere qualcosa? Ok, allora siamo d’accordo! Io devo solo passare un attimo in facoltà. Vieni anche tu, non ti faccio aspettare molto, al massimo 10 minuti, e poi andiamo insieme ad Architettura”.

Anche se non le avevo risposto, l’avevo ascoltata e le sono andata dietro come ad un corteo. Nell’androne dell’Università, a Lettere, Nicolae Balotă teneva una specie di conferenza sul Faust. Era pieno di studenti che ascoltavano visibilmente emozionati. Balotă, minuto e sottile, parlava con una voce che avvolgeva il pubblico, commovente, dotta, di un altro mondo. Crissina mi ha messo en passant al corrente: “Questo vecchietto vuole tenere dei corsi a Lettere, ma non ne ha alcun diritto, è fuori di testa”. “È Nicolae Balotă”, l’ho informata io. “A-ha”. È entrata veloce in Presidenza, è passata di corsa accanto al Preside, agitando le dita, mi ha fatto segno di sedermi su una sedia e ha infilato una porta, probabilmente quella della toilette.

Il Preside sembrava addormentato su un libro, ma ad un certo punto ha sollevato lo sguardo e mi ha chiesto come va, anche se non mi conosceva, non l’avevo mai visto in vita mia. Finalmente, Crissina è tornata e siamo uscite.

Sulla porta della Presidenza l’aspettava una studentessa che la guardava come se fosse dio in terra. Hanno scambiato qualche parola, poi la ragazza le ha allungato un dossier e una busta sigillata, con un angolo accortamente tagliato per lasciar vedere i dollari all’interno. “Va bene, stai tranquilla”, le ha detto Crissina, e mi ha fatto segno di andare.

“Mi occupo dei dossier per le borse di studio all’estero”, mi ha spiegato.

Nel seminterrato di Architettura c’è una bettola fetente, tipo mensa comunale di compagna, ma con prezzi accettabili. Abbiamo appeso giacca e cappotto su un appendiabiti a colonna. Anche qui Crissina era piuttosto conosciuta. La cameriera ci ha portato subito due bicchieri, una bottiglia di Martini e un succo di pompelmo.

“Allora, che ci facevi dagli Ardelean?”, ha cominciato lei.

“Lavoro per loro”.

“Ma io ti ho visto anche in altri giri. Ci siamo incontrate alla casa editrice. Ho avuto l’impressione che scrivessi”.

“In effetti scrivo”.

“Cos’hai pubblicato?”

“Un dizionario di simboli letterari”.

“Hai fatto Lettere?”

“Filologia classica”. Vedo che non capisce: “Latino, greco”, aggiungo.

Sono rimasta sorpresa quando ho visto che, seduto a un tavolo accanto alla finestra, c’era Rufă. Aveva i capelli pettinati con cura, tirati all’indietro, ed indossava un completo beige, lucido e morbido, in totale contrasto con l’ambiente, popolato di tavolini coperti da tovagliette a quadretti verdi e bianchi, stropicciate e segnate qua e là da bruciature di sigaretta. Teneva lo sguardo inchiodato sulle gambe di Crissina. Ho guardato anch’io e ho visto che aveva lasciato le scarpe buffe sotto il tavolo, e sedeva con una gamba piegata sotto di sé e l’altra appoggiata a una sedia.

“Aha. E… dove altro lavori, a parte…”

“Dai coniugi Ardelean vado una volta alla settimana. Collaboro con varie case editrici. Al momento sto scrivendo una prefazione alle favole di Slavici”, mi sono vantata io.

“Perché non ti hanno dato delle ore da noi a Lettere?”

“Perché non posso permettermi di pagare abbastanza”.

“Msì. Questo può essere un problema. Ma forse ci posso mettere io una buona parola. Potremmo collaborare”.

Mi guardava come se mi avesse trasmesso un messaggio. Non capivo bene dove volesse andare a parare. Nel frattempo, Rufă faceva finta di leggere una rivista. Aveva messo la valigetta sul tavolino, aveva chiesto un caffè e teneva la rivista davanti alla faccia, sbirciando le gambe di Crissina. La corta gonna di stoffa rossa le si era alquanto alzata, perché continuava a cambiare la posizione delle gambe.

“Magari scriviamo qualcosa insieme”.

“E cosa potremmo scrivere?”

“Un libro. Io ho appena ricevuto una proposta da una casa editrice prestigiosa. Vogliono qualcosa sulle persone normali menzionate nelle cronache”.

Non ho fatto commenti. Guardandola, guardando il suo sopracciglio alzato, la busta di dollari che giaceva abbandonata con noncuranza sul dossier, le sue gambe lunghe, il suo sguardo annebbiato, il filo di saliva che le colava lentamente all’angolo della bocca, ho capito che io avrei dovuto scrivere il libro, e lei mi avrebbe dato qualche ora alla facoltà. Comincio anche io l’interrogatorio.

“Tu cosa sei a Lettere?”

“Assistente. Ma ho vari altri incarichi”.

“Che cattedra?”

“Letteratura”.

“Sei l’amante di Gioni?”

“Oh, no! Con Gioni siamo solo amici. Buoni amici. E basta!”

Crissina si era versata il secondo bicchiere e mi spronava a bere. A me già rombavano le orecchie. Ha bevuto in fretta, e al terzo ha cominciato a raccontarmi del suo amore per Cornel, un capriccio di gioventù, una passione folgorante e intensa.

“È durata un anno, più precisamente fino al 28 marzo, quando lui si è sposato con una cretina, una che gli ha sfornato un bambino, io non avrei mai fatto un bambino con Cornel!”, e, ignorando totalmente quello che mi aveva appena detto, ha aggiunto sognante: “Con Gioni vorrei fare un figlio, non sposarlo, solo farci un figlio”. E siccome tu la guardavi sbigottito, lei si è interessata improvvisamente a te:

“Quest’omino è restato con te? Ma cosa fa, alla fine? Serve a qualcosa oppure no?”

Ho fatto orecchie da mercante e ho gettato un’occhiata a Rufă; aveva posato la rivista e sembrava perduto nel suo mondo, ma con gli occhi sempre puntati sul medesimo obiettivo.

“Al diavolo, ho sentito dire a Crissina, sta guardando perché non porto le mutandine”.

Uscendo da Architettura, la sfiga ha voluto che incontrassi Raluca. Non so come ho mollato Crissina e sono rimasta un’ora a spiegarmi e poi a raccontare a Raluca la mia avventura.  Era arrabbiata, mi guardava come una traditrice, ma alla fine ha ammesso che le avevo strappato informazioni preziose: Crissina non vuole sposare Gioni!

L’evento del fine settimana è stata l’installazione del TV tuner. Mi è sembrata una cosa superintelligente e quasi di mio gusto. Era un dispositivo che permetteva al computer di prendere stazioni radio e canali televisivi. Adesso avevo un piccolo rettangolo sulla sinistra dello schermo sul quale potevo vedere tutto quello che volevo in TV. Lo tenevo così, quando scrivevo, altre volte lo mettevo full screen. Non si vedeva benissimo perché non era via cavo, ma per quello che serviva a me andava più che bene. Con le Notizie di Pro Tv sulla mia sinistra, ho finito la prefazione delle favole di Slavici e l’ho mandata ad Alina via email.

Per quanto cercassi di pensare ad altro, di trovarmi da fare e di vivere, ero comunque sempre presa dal volto di Andrei, che neppure sapevo se fosse davvero il suo, e mi lasciavo trasportare dal fruscio continuo del mio cuore. Avevo anche le palpitazioni, e soprattutto mi sentivo come se qualcuno mi filasse una cordicella spessa in punta al cuore. Avevo paura di essere malata, ma mi piaceva, mi piaceva da impazzire abbandonarmi in balia di quel filare, finché non mi folgorava il pensiero di lui. Mi sembrava che fosse assediato dai progetti, che mi volesse raccontare o che mi stesse chiamando, lo sentivo come un liquido caldo, che mi colmava a poco a poco l’anima e il cuore. Attendevo la prossima entrata nell’alazar con il cuore in gola. Ero decisa a fermarmi e a cercare di parlare al volto misterioso[4].

 

37. Domenica ho cercato Emma Rewin su Google e ho trovato diverse foto, che mi hanno fatto innervosire una più dell’altra. Era una donna senza età, il tipo con la pelle liscia e apparentemente senza trucco, vestita in modo poco appariscente, con tailleur dal taglio elegante, alcuni a fiori, altri tinta unita, ma tutti privi di personalità, degli straccetti da sfigata travestita, che vuole fare vedere a tutti che è una persona beneducata. Sul suo volto e nello sguardo accusatore coglievo tutti i segni dell’impotenza; probabilmente era cresciuta in una famiglia di persone semplici, in ogni caso non aveva visto un libro fino al college. Non si tratta della quantità di letture, ma dell’educazione attraverso la lettura. In generale, la persona che non ha letto letteratura, per quante cose possa aver imparato dalla televisione o da altre persone, ha uno sguardo sempre all’allerta, capace di esprimere rapidamente lo scontento meschino o l’innocenza dannosa. È privo di stile, informe. Emma, in modo evidente, non aveva ricevuto alcuna educazione, tranne quella che le aveva dato la società: non dire negro, ma di colore, non esprimere le proprie opinioni in pubblico, non assolutizzare, non portare gioielli che attirano l’attenzione, non mangiare la sera, fare sempre attenzione ai principi morali e religiosi delle altre persone, non insultare gli ebrei, andare in palestra, avere sempre cura della propria persona ecc.

Buona parte della giornata l’ho passata formulando pensieri velenosi nei confronti di Emma e comunicandoteli come sentenze. Eri un po’ rabbuiato, ricordo, mi ascoltavi stando seduto a gambe incrociate vicino alla tastiera, senza fare commenti, senza approvare né contraddire. Ti eri tirato i capelli sull’attenti e facevi comparire loro sulle punte freccioline multicolori. I tuoi occhi erano di un verde spento e nuvoloso.

Dopo diversi tentativi, ho messo insieme una lettera per Andrei, una lettera che comunicava tutta la mia amarezza e la mia infelicità:

 

Andrei,

desidero così tanto sapere che aspetto hai che temo di ammalarmi. Voglio liberarmi dell’immagine nutrita dalla mia mente ma che spero si riveli reale.

Mi rendo perfettamente conto della situazione in cui mi trovo, ma mi comporto come se non mi ci trovassi. Non solo me ne dispiaccio, mi sento addirittura morire al pensiero che tutto questo sia potuto accadere a me.

Laura

 

Poi è toccato a te:

“Se sapessi da dove mi arriva questa immagine forse non sarei così infelice”.

“Immagine?”

“Questa ragazza che mi guarda dal nulla, gli occhi tranquilli e familiari, il naso fermo, le labbra pronte a parlare, gli zigomi alti e allargati verso le orecchie, questa figura conosciuta e sconosciuta, ossessionante, torturante, affascinante. Da dove arriva, come e quando è entrata nella mia mente?”

Invece di rispondermi, però, d’improvviso nuovamente vivace, hai preso a raccontare con gli occhi accesi come luci di Natale. E, poiché non potevo fermarti, continuavo a cambiare canale sul mio tv tuner.

“L’immagine ha ossessionato Albert con le sue grandi potenzialità. Si è reso conto del suo potere e l’ha messa alla prova in diversi modi, come supporto, messaggio diretto, poi come indicatore di senso. Verso il ’94 era arrivato a restare anche di notte al Politecnico. Aveva costruito ogni sorta di programmini che lo facevano sentire come in una casamatta; monitorava tutte le nuove pagine del sito dell’università o l’entrata di certi utenti sulla chat preferita. Poi aveva fatto un programma di archiviazione che era soltanto suo, e alla fine dell’anno aveva iniziato a costruire l’Ambiente. Non lo interessava più lo yoga, non lo interessava più Letizia, non si curava più dei sentimenti dei suoi genitori. Stava sempre a scrivere al computer, a volte dimenticava persino di mangiare, o dimenticava in che mondo si trovava, restava solo nel laboratorio della facoltà, costruendo pian piano uno spazio virtuale in cui i suoi pensieri prendevano vita. Aveva messo insieme un glossario di 10.000 parole che aveva legato al motore principale, al quale ogni settimana aggiungeva nuovi dati, lo stava equipaggiando come per un grande viaggio. Ci metteva fotografie, gli costruiva regole minimali di grammatica, traduttore, informazioni di vario genere, insomma, tutto quello che pensava gli sarebbe piaciuto portarsi dietro durante un viaggio. Un bel giorno l’ha battezzato Jumpy.

L’ultimo anno di facoltà quasi non si staccava dal computer, tranne che per andare a dare un esame, dove copiava insieme a tutti gli altri quello che c’era da copiare e tornava dritto filato da Jumpy. La tesi l’ha fatta in fretta, con la documentazione di un programmino che aveva concepito nel ’91. Tanto non interessava a nessuno. Non l’hanno ascoltato né gli hanno lasciato dire ciò che aveva da dire su cosa aveva fatto. Gli hanno dato 7, tanto per fargli capire che l’università è dura, ragazzo.

Per Albert, la fine degli studi è stata nello stesso tempo una liberazione e una catastrofe. Quell’estate ha continuato ad andare al Politecnico e a entrare in Rete. Copiava praticamente ogni programma free che gli sembrasse ingegnoso. Lo disfaceva e lo rifaceva per capire, copiava le parti che poteva inglobare in Jumpy, metteva tutto su dischetto. Poi è riuscito a comprarsi un hard, per lo stoccaggio dei dati. Era iscritto alle liste di discussione sul software, corrispondeva con molte persone interessate alle stesse cose, veniva subito a sapere come e perché veniva fatto un nuovo programma, che virus ci sono in circolazione, qual è la verità su Stallman. Non aveva idea di cosa avrebbe fatto, ma sapeva che sarebbe seguita la naia, un periodo lungo e morto.

E così è stato. Quasi tutti i ragazzi che avevano fatto Aerospaziale erano finiti a Craiova. La vita era facile, nessuno si ammazzava di lavoro e il venerdì se ne tornavano tutti a casa. Rientravano lunedì o martedì. Albert ha individuato subito il computer dell’unità e si è offerto di ripararlo. Non era granché, un 386, ma ci si poteva lavorare. Però non aveva internet, e così un venerdì è andato a Bucarest apposta per procurarsi un modem. Conosceva dei ragazzi che vendevano componenti di seconda mano, così ha chiesto i soldi a sua madre, intenerita dalla sua situazione di soldato, si è comprato il modem e l’ha installato sul computer dell’unità. Il telefono era lì vicino. Quindi ha creato un account su Easymail e ha aperto la sua casella postale elettronica. Almeno poteva tenersi in contatto con gli altri. L’ufficiale lo teneva quasi tutto il tempo in ufficio, lo metteva a dattilografare, a stampargli testi, e un giorno se l’è portato a casa per fargli installare dei giochi per il figlio.

Più dura da sopportare era la vita di gruppo: il dormitorio stile hangar, con i letti a castello di ferro. Lui dormiva accanto a una finestra inferriata, sopra un ragazzo chiamato il Maltese al quale venne in breve tempo associato, per cui lo chiamavano l’Albertese.

Alla fine della naia era psicologicamente spossato. Voleva solo dormire e dimenticare. Non c’era stato nulla di drammatico in quello che aveva vissuto, non poteva lamentarsi di nessuno, non aveva avuto un programma di lavoro pesante, non era stato trattato male. Neppure il cibo era male. Ma qualcuno, un estraneo privo di ogni importanza, aveva disposto del suo tempo, della sua vita, gli aveva tolto la libertà e l’aveva costretto ad attività che non lo interessavano minimamente. Non si trattava di piacere o non piacere, quanto piuttosto del fatto che era stato costretto a mandare giù questo boccone indigesto in un momento di massimo slancio creativo. Gli aveva tagliato le gambe.

Per un anno non si è praticamente mosso da davanti al televisore. Aspettava che i suoi se ne andassero e poi prendeva qualcosa da mangiare, si sedeva in poltrona e accendeva la tv. Era caduto in uno stato di prostrazione, nulla lo interessava o lo toccava in alcun modo. I genitori tornavano a casa verso le 9-10. Allora Albert si chiudeva in camera e attendeva con impazienza che loro se ne andassero a letto. Dopo mezzanotte era di nuovo padrone del telecomando. Rifiutava di pensare al computer, per nulla al mondo avrebbe chiesto ai suoi di compragliene uno; lo disturbava il pensiero di essere dipendente da quell’apparecchio, dal suo programma, da Jumpy, e sprofondava sempre più nel mondo caotico e vischioso davanti al televisore. Non voleva pensare a nulla, non voleva saperne del futuro. Aveva 24 anni e nessun ideale.

All’inizio del ’97, più o meno una settimana dopo San Giovanni, a avuto una rivelazione. Stava guardando un film su HBO. Una cosa poco impegnativa, che aveva visto anche il giorno prima. Guardava il film e pensava nello stesso tempo a se stesso, ai suoi piccoli piaceri. Il film era arrivato alla fine quando ha realizzato di aver perso il filo della storia. La scena finale è stata breve e poi è seguito qualcosa, come una folgorazione,  un’immagine in velocità, un uomo, o forse solo un oggetto, non sapeva bene cosa. O forse era stata soltanto un’impressione. Non ha importanza. Per ancora qualche ora ha giocherellato con il telecomando, guardando spezzoni di film, seguendo con attenzione le operazioni di chirurgia estetica trasmesse su Discovery, contemplando senza sonoro i videoclip su MTV, e verso l’alba è andato a letto. In genere non si addormentava facilmente. Si rigirava continuamente da una parte all’altra, preda dei pensieri che lo assalivano senza posa. Neppure quella volta era diverso, solo che, ad un certo punto, mentre si stava immaginando giocatore di hockey all’apice della gloria, gli era sbocciata nella mente un’immagine, un’inquadratura nitida che mostrava un edificio che poteva essere una pensione o una birreria, un’immagine turistica, da pieghevole illustrato. Era un’immagine conosciuta, che aveva visto in una qualche rivista, una pubblicità, forse in un film. Gli era entrata di soppiatto nella testa, pensava che fosse proprio l’ultima inquadratura del film di quella notte, e più ci pensava più si convinceva che quella fosse l’immagine che gli era piombata nel cervello. E allora gli è venuta l’idea, e con essa il desiderio acuto di tornare da Jumpy. Il giorno seguente e uscito per trovarsi un lavoro”[5].

 

38. Credo che dopo quel fine settimana sia seguito l’episodio del pollo alla besciamella. Ti ricordi, ci siamo svegliati che era ancora buio, siamo scesi all’incrocio, siamo passati accanto a Pansica, anche lei già al lavoro, seduta sulla sedia davanti alla tenda con la sigaretta in bocca, ci siamo buttati in un 135, poi in un 301, abbiamo fatto ancora un pezzo a piedi e siamo arrivati. In cucina c’era un bigliettino, come la settimana prima. Gli Ardelean volevano minestra con gnocchetti, pollo alla besciamella e polenta. Il tutto pronto e caldo alle ore 13. Non c’era fretta. Ho messo la gallina a bollire con qualche verdura, poi tu sei andato a vedere come si fanno gli gnocchi per la zuppa. Ero in cucina e inalavo i vapori della carne che bolliva, avevo fame ma anche un po’ di nausea per quell’odore che mi impregnava i vestiti, i capelli, mi entrava nei pori della pelle. Su un muro c’era uno specchio grande, nel quale mi guardavo e mi compativo, quando ho osservato che era di fatto una porta mascherata. L’ho spinta e si è aperta su un breve vicolo che terminava in un cancelletto di ferro. Sono andata verso il cancelletto per vedere dove portasse e mentre mi avvicinavo iniziavo a scorgere attraverso le sbarre i rami carichi di gemme di un corniolo. Il cancelletto dava sul giardino, che solo ora notavo quanto fosse grande. Da un lato, accanto agli arbusti, stava un tavolo circondato da sedie di plastica. La vasca vuota, dipinta di blu-verde bizantino, sembrava un cantiere archeologico. Tutt’intorno si innalzava un alta recinzione di cemento, al di là del quale, in strada, si vedeva un edificio la cui immagine mi ha colto di sorpresa, una sorta di monumento arrotondato, con una cupola immensa di vetro bianco, brillante, sulla quale si poteva leggere da lontano: AFASOFT. Sono restata là a lungo a guardare l’edificio, rendendomi lentamente conto che assomigliava a quello del mio sogno. Era la sfera, o perlomeno così sembrava, in cui avevo creduto che Andrei avesse trovato lavoro come lavapiatti. La mente registra ogni sorta di immagini, pubblicità, film o libri, ma anche semplicemente quello che vediamo per strada. Migliaia sono i volti che ho visto in vita mia, che mi sono entrati nel cervello senza che me ne accorgessi, senza che sapessi neppure della loro esistenza, e che restano là, intatti, nell’inconscio, nella base di dati, nel cassetto più nascosto, chissà quanto tempo, occupando spazio, signori di luoghi dei quali forse non sono neppure più in grado di rimpadronirmi. Oppure no. Mi consolo con la speranza che esiste un modo di eliminarli, diverso dal sogno che non ti ricordi, un modo semplice e più facilmente controllabile. Impossibile che non ci sia.

Questa cosa non te l’ho raccontata, eri di un entusiasmo contagioso e parlavi senza interruzione:

“Sono andato in un paio di librerie, ci sono così tanti libri di cucina che ci si può specializzare da soli, non hai idea di quante ricette ho raccolto, sono pieno, e tutto questo solo per gnocchetti e besciamella. Hai l’imbarazzo della scelta, devi solo dirmi quale ti sembra la migliore”. E hai iniziato a snocciolare ricette, come se le stessi leggendo da un libro.

All’una meno un quarto, dopo aver finito di preparare il pasto richiesto, me ne sono andata, impregnata di odori. Credo di aver avuto una faccia alquanto abbattuta. Si vedeva da lontano che ero affamata. Mi sono avviata verso la Casa della Stampa Libera, per vedere di trovare una casa editrice per il mio libro. Mi ricordo che è stata una pessima giornata – sembrava che nessuno avesse bisogno del mio volume. Corridoi lunghi e gravi, da un lato e dall’altro gli uffici delle case editrici. In due o tre stanze ci sono persone sedute alle loro scrivanie, con davanti pile di fogli e che bevono caffè. Entravo sorridendo, salutavo, dicevo il mio nome come se avessero dovuto conoscerlo, poi dicevo senza alcuna emozione, in tono neutro: Vorrei proporvi un manoscritto. Certamente, replicavano loro, di cosa si tratta? Di questo e di quello. No! Su questo non abbiamo in programma di pubblicare nulla, almeno per il momento. In un ufficio, una nonna si era portata dietro i nipotini, per farsi bella, due bambini che non potevano avere più di 5-6 anni, decisi a scalare le scrivanie circostanti, ad aprire le finestre e che, ti ricordi?, ti avevano messo gli occhi addosso. Uno dei due ha iniziato a frignare, dammelo, lo voglio, strillava e batteva i piedi, mentre la nonna mi guardava con occhi supplicanti. A nessuno sembrava essere una cosa fuori dal normale, di sicuro tutti avevano dei nipotini, dobbiamo avere cura del bambino, lo dia al bambino, signora, non vede che piange? Se piange la colpa è solo sua, che l’ha educato lagnoso e viziato e perché lo porta in posti in cui non dovrebbe essere, lo porti al parco, che tanto sono tutti presi d’assalto da bambini piagnucolosi, sempre a chiederti qualcosa, ad arrampicartisi addosso, a invadere la vita delle persone, soprattutto di quelli che non ne hanno di loro, poverini, oppure lo porti al mare, dove in ogni caso ormai ci sono solo bambini disseminati ovunque, abbandonati alla volontà del caso, come se fossero senza genitori, o forse proprio perché li hanno sono sparpagliati dappertutto, lo lasci fare quello che vuole, che per questo ho portato al mare il pupo, per farlo giocare, per lasciarlo urlare nelle orecchie di quel vecchietto, al diavolo il vecchio, perché se ne vada in giro per il ristorante mentre noi mangiamo e si appenda alle tovaglie, perché canti e tiri bastonate a tutto quello che trova, non c’è niente di male, è soltanto un bambino, cosa vuole che sia se fa casino con la pistola giocattolo o urla a più non posso, per questo l’ho fatto, per fare casino e per urlare.

In breve, è stata una pessima giornata, e non è finita qui. Dopo aver alzato i tacchi dalla Casa della Stampa sono andata a piedi fino alla fermata di Aviatori, e da qui con la metro fino all’Università.

Anche se non stavo molto bene a soldi, ho fatto lo stesso un salto dal Mac Dondald’s nel sottopassaggio e mi sono presa un hamburger, quello che costava di meno ma che mi è sembrato comunque caro. Mentre lo mangiavo, pensavo che è velenoso, caro e che sono soldi buttati, ma nello stesso tempo assaporavo quel gusto invogliante che ancora adesso sento sul palato.

“Guarda quanti uomini infelici ci sono qui intorno!”, hai iniziato tu.

“Sì, li vedo. Credi anche tu, come Rufă, che se dessi una regolata alla mia vita sessuale non perderei più tempo con patetiche corrispondenze via internet?”

“Tutte le varianti meritano di essere prese in discussione in situazioni estreme”, hai detto.

Eravamo seduti davanti al Mac Donald’s, sulle sedie argentate, e scrutavamo la gente ai tavoli vicini, i passanti del sottopassaggio dell’Università, io, appoggiata allo schienale della sedia, spizzicando tutt’intorno l’hamburger, tu, passeggiando avanti e indietro sul tavolo.

“Ti pare estrema la situazione in cui mi trovo?” E siccome tu alzavi le spalle impotente, ho continuato. “Guarda quello là a ore dieci, il tipo con la giacca militare color cachi”. Lo vedo, hai detto tu. “Quel tipo è un maschio della mia generazione. E ancora uno stiloso. È alto, atletico, coi capelli tagliati corti, che lo fanno sembrare più giovane, ha scelto degli occhiali che gli mettono in evidenza gli occhi, è ben nutrito, ha il volto liscio, abbronzato, è ben rasato e impomatato”.

“E questo è un bene o un male?”

“Fino a qui tutto bene. Guardalo però più attentamente. Le rughe orizzontali sulla fronte non gli sono venute per le troppe domande che si è fatto, ma per la postura di servo impotente che gli ha permesso di farsi strada nella vita. Saetta gli occhi da tutte le parti, è attento a tutto quello che gli succede intorno, anche se sembra interessato dal Giornale finanziario che continua a sfogliare. Osserva come guarda da sopra gli occhiali, un vero imbecille, sicuro di sé, convinto che la posa lo favorisca, lo faccia sembrare intellettuale, chissà cos’ha nella testa, forse sta soltanto imitando un professore che l’ha impressionato in gioventù. Ma queste cose sono secondarie. Noi qui lo analizziamo solo come maschio. Che tu ci creda o no, guardandolo anche solo una volta posso dirti che quel tipo ha sempre avuto una pessima opinione delle donne. Per via dell’educazione. Anche quando si è innamorato si vergognava della situazione in cui si trovava. In generale ha evitato di fare cose che lui avrebbe considerato ridicole”.

“Ad esempio?”

“Ad esempio camminare abbracciati per strada, baciare la mano di una donna, dire che è innamorato, usando questa parola, essere visto aspettare una donna, eventualmente davanti all’Orologio dell’Università, con un mazzolino di fiori in mano, persino ammettere che è innamorato. Bene, questo quand’era adolescente. Tale atteggiamento si è convertito successivamente in comportamenti più smussati e apparentemente innocenti. In breve, questo è un maschio che scopa di rado, in fretta e da solo. Non mi interrompere! È un lagnoso che ha certamente una donna, se non addirittura un esercito di donne, che lavora per lui, fa tutto quello che vuole, lo coccola e lo mette al centro dell’attenzione generale perché è dedicato totalmente alla carriera. In famiglia si parla di lui come di un padrone geniale: Liviu o Mihai, Horia, Octavian o come si chiama è stanco, ha lavorato tutta la notte, non possiamo disturbarlo adesso, sta lavorando a qualcosa, bussiamo cautamente alla porta, così, entriamo in punta di piedi perché lui sta lavorando. Non immaginarti che lavorare significhi che faccia qualcosa. Pensa ai fatti suoi, con le dita nel naso, a volte legge qualcosa, sta svaccato sul divano, si isola dalla femmina che lo mette a disagio e che ha saputo tenere a distanza fin dall’inizio, dal primo anno di matrimonio. Le ha tenuto un discorsetto su quanto siano sgradevoli le donne insaziabili, sul vero amore fondato sulla comunicazione intellettuale, certamente, ogni tanto le è anche montato sopra, pensando alle donne viste nelle riviste, persino baciandola ogni tanto, e alla fine le ha chiesto più che altro per mantenere le apparenze Sei venuta, vero? Non mi dire che non sei venuta!

“Quell’uomo, hai iniziato tu in tono pacato, non è mai stato sposato. È ben nutrito e curato, in effetti, perché fa il pubblicitario. Nella sua vita sono esistite varie donne, che ha amato, per le quali ha sospirato. Adesso sta aspettando una ragazza, di cui è innamorato”.

“Stai inventando!”

“Scommettiamo?”

“Certo. Cosa? Un hamburger?”

“Mi ci vedi a mangiare un hamburger?”

“Perché, credi di avere qualche possibilità di vincere? Figurati!”

Ti sei avvicinato ai miei occhi, levitando artisticamente, reggendo con le mani i bordi della tunica gialla, da un lato e dall’altro, e hai detto:

“Chi perde scrive la storia!”

Allora non ho capito bene di che storia stessi parlando, in effetti non stavo facendo attenzione e ho accettato solo perché non mi sembrava importante. Credevo che fosse una scemenza, non mi passava neppure per la testa che lavoraccio sarebbe stato scrivere tutta la storia, soprattutto adesso, in questo stato di infelicità, dopo che mi hai abbandonato proprio nel momento in cui avevo più bisogno di te.

Avevi attirato tutti gli sguardi su di te, e guardandomi intorno ho visto che tutti ti osservavano con simpatia. Non avrei pensato di andarmene se non fosse sbucato quel bel tomo che si è seduto al nostro tavolo, anche se c’erano un sacco di altri posti liberi. E ovviamente aveva anche voglia di chiacchierare. Non mi ricordo come ha aperto il discorso ma quando ha chiesto che cos’è quest’omino mi sono alzata per andarmene.

Mi sono sistemata il cappuccio della giacca e ho capito subito che avevo perso la scommessa. Una ragazza giovane, palesemente innamorata, si dirigeva leggera verso il tavolo dell’uomo che non si chiamava né Liviu né Horia né in altro modo se non Dan. Si sono abbracciati, si sono baciati, poi si sono incamminati pigramente, parlando, dietro di noi. All’altezza del Teatro Nazionale sono andati a sinistra verso l’Hotel Intercontinental o verso la Latteria o l’Ambasciata americana, non saprei dire, e neppure mi sarei ricordata di loro se non fossero stati legati alla perdita della scommessa.

Neanche a casa le cose sono andate bene quel giorno. Andrei non mi aveva risposto. Ricordo che nel riquadro della televisione sulla sinistra della schermo un tipo grasso e dalla voce nasale presentava le ultime notizie, irritante e deprimente. Quel tipo, la musica jazz, Woody Allen, la Nausea di Sartre e le satire di ogni genere sono solo alcune delle cose che mi costringono a pensare alla mia patetica condizione di creatura fumata da un dio frettoloso. In cambio, esistono numerose persone stupide, grossolane e prive di educazione che hanno però il dono di tirare su il morale degli altri con la loro semplice presenza. Lo stesso vale per la musica. Quella sera ho visto un film su CD, un film inglese, particolarmente violento, su vari gruppi di ladri, banditi e criminali. Era un macello generale ma, nonostante le atrocità che presentava, trasmetteva, non so come, un sentimento tonico, di vittoria dello spettatore, soprattutto verso il finale, sottolineato da una canzone coinvolgente, con un testo anch’esso adeguato al soggetto del film ma con una musica che mi faceva sentire libera. 18 With A Bullet, Pete Wingfield.

Un ragazzino del condominio mi ha insegnato a estrarre la canzone dal film, mi ha dato un programma free, VirtualDub, e l’ho trasformata in mp3 con Lame. Poi l’ho ascoltato all’infinito. Mettevo il player su repeat e lo ascoltavo per ore. Mi rinvigoriva, mi inoculava coraggio e serenità. Lo ascolto ancora, proprio in questo momento di reminiscenza, e constato con un certo stupore che continua ad avere su di me lo stesso effetto benefico.

Verso mezzanotte tu, e non cercare di negarlo, mi spingevi a scrivere a Rufă.

Quindi gli ho scritto:

 

Gentile dottore,

la sua lettera mi ha amareggiato e offeso. Prima mi sono sentita infuriata, distrutta, poi ho pensato di scriverle una lettera, forse l’ultima. Non solo sarebbe per me una liberazione ma darei anche lei la possibilità di ritornare sulle impressioni piuttosto dure e convenzionali che si è fatto su di me.

Fino ai 33 anni ho avuto una vita tumultuosa, ho vissuto intensamente e non mi sono negata nulla. Ho conosciuto molti uomini, ho sofferto, sono stata felice e tutto il resto. Dopo la Rivoluzione, per un certo periodo, mi sono dedicata alla vita sociale, ero stufa di me e di quello che facevo nella mia vita di tutti i giorni, ma poi ho iniziato a sentire bisogno di solitudine. All’epoca abitavo in una camera piuttosto piccola, quattro per quattro, che aveva il bagno in un angolo, mimetizzato da un muro improvvisato, areato dalla camera. In quel periodo avevo molti amici, alcuni dei quali amici veri, comprensivi, che mi sono venuti in aiuto molte volte, ma che ogni volta che passavano per Piazza Kogălniceanu salivano da me per usare il bagno. Meno male che sei qui, mi dicevano, perché altrimenti morivo fino a casa, perché nei cessi pubblici non ci entro neanche morto. Mi infastidiva la mancanza di immaginazione, l’insistenza e soprattutto la frequenza di quelle visite. Un bel giorno ho cambiato casa e non ho dato a nessuno il nuovo indirizzo. Non si trattava più del bagno ormai, ma della sensazione piacevole e liberatoria che ho sentito dopo una settimana da sola in casa, senza nessuno che bussasse alla porta o che venisse improvvisamente in visita. Quando incontravo qualcuno, esordivo dicendo “devo di nuovo cambiare casa, quando avrò un indirizzo più o meno stabile sarai il primo a saperlo”.

Un po’ alla volta, mi sono resa conto quando stavo bene da sola. Non mi piaceva neppure più frequentare i posti che avevo amato fino ad allora; ma questo è successo più tardi, dopo qualche anno. Dall’autunno dell’89, inoltre, non provavo più alcun desiderio di fare sesso con gli uomini che conoscevo. Già allora, e poi per molto tempo, guardavo gli uomini per strada e non me ne piaceva nessuno. Mi parevano patetici e sporchi. Ero addirittura arrivata a dirmi che se avessi incontrato un maschio che mi piacesse, non dico che mi facesse innamorare o che mi facesse tremare le mutande, ma anche solo che mi paresse quantomeno accettabile, me lo sarei preso senza starci neppure a pensare. Ma non è successo nemmeno questo. Non si tratta di un giorno o due o nove, ma di 11 anni di astinenza. Non si affretti ad affibbiarmi la conveniente etichetta di frigida. Non ho detto che non avrei voluto incontrare un uomo, solo che non l’ho incontrato. Mi ricordo come per anni ho osservato gli sforzi che alcuni individui facevano per entrare nelle mie grazie. Alcuni erano incuriositi, altri indisposti dalla mia durezza. La verità è che io stessa ad un certo punto mi rimproveravo di aver perso il calore della conversazione e il piacere di ascoltare l’altro. È successo tutto così, in diverse fasi e momenti, fino a un autunno di oro e sangue, quando ho visto un uomo che mi sarei voluta fare. Victor.

Non ero però convinta. Ho saggiato a lungo il terreno perché volevo essere sicura di desiderarlo, soprattutto dopo una così ostinata fuga dal mondo. Mentre io esitavo, però, lui si è innamorato di un’altra. Chiaramente la mia vita non si è fermata allora, dopo questo avvenimento, tuttavia ha preso una piega diversa. È seguito un anno in cui non mi importava di nulla, durante il quale non sono stata in grado di osservare il cambiamento.

Dopo quell’anno, gli uomini hanno smesso di guardarmi, come se l’episodio di Victor mi avesse portato sfortuna o avesse attirato su di me una punizione per aver osato uscire dall’armatura che mi ero costruita con tanta cura. Osservavo con stupore e con amarezza gli sguardi morti dei maschi incontrati casualmente e che non mi registravano più come una femmina, bensì come un oggetto qualsiasi.

Il fatto che mi sia innamorata di un giovane uomo sconosciuto non costituisce in alcun modo una conseguenza della lunga pausa sessuale e dell’isolamento relativo in cui ho vissuto. Non è la mia mente a essere malata. Ho la convinzione, anche a dispetto di ogni dotta diagnosi, che la mia mente sia sana e che una persona normale si possa innamorare di qualcuno che non ha mai visto.

Ma immagino che il suo lavoro non sia giudicare tale mia convinzione, quanto piuttosto esprimere il suo parere su questioni cliniche, con un stupido saggio sulle conseguenza di un’astinenza sessuale prolungata.

Cordialmente,

Lola

 

PS. Ho incontrato nei giorni scorsi una donna che parlava con un omino rosso, vivo, reale. Crede che sia possibile una cosa simile?

 

La lettera a Rufă mi ha fatto bene, mi ha liberato all’istante dal terribile pensiero di una malattia nascosta.

 

Ho acceso il computer e ho controllato la posta. Avevo tre messaggi. Uno era di Andrei, l’altro di Rufă e il terzo di Cristian Avram. Ho iniziato da Andrei. Era un messaggio breve, che non rispondeva a nessuna della mie domande:

 

Cara Laura,

non so se ho capito bene la tua lettera, ma ho colto la profonda insoddisfazione che ne traspare e della quale non ne conosco la causa. Potrei sbagliarmi. Per questo attendo che tu mi scriva più dettagliatamente. Per quanto riguarda il mio progetto con Emma Rewin, sono orgoglioso di dirti che tutto è OK. Perlomeno finora. Entro la settimana prossima dobbiamo decidere sulla sede. Non vedo l’ora di mandarti il primo numero della rivista, ma per questo dovrai aspettare almeno un mese. Fino ad allora ti terrò al corrente dell’andamento delle cose.

Aspetto che tu mi scriva e soprattutto che mi dica chiaramente quello che hai da dirmi.

Con affetto,

Andrei.

 

PS. Per il momento non ho a disposizione una fotografia, ma alla prima occasione ti prometto che te ne manderò una.

 

La lettera mi ha spezzato il cuore.  Il tono distante e indifferente mi sembrava quello di una persona estremamente insensibile – un uomo che non consoce la pietà. Cosa avrei potuto scrivergli di più e con maggiore chiarezza di quanto avessi già fatto? La fotografia, era evidente che non me l’avrebbe mai mandata. Questo era il mio destino: non sapere neppure che aspetto avesse l’unico uomo che desideravo.

Sulle mie ferite ha versato sale anche la lettera di Rufă, che mi presentava come una donna bisognosa di una scopata, infelice, mezza matta e completamente stupida. Stavolta mi dava del tu e mi invitava nuovamente a un minuzioso controllo psichiatrico, perché non è possibile, mia cara, che tu non prenda qualche provvedimento, soprattutto visto che tu stessa ti rendi conto che c’è qualcosa che non va. La mancanza di attività sessuale crea una serie di squilibri, certo, si può vivere anche senza, ma questo presuppone una stabilità psicologica eccezionale, non metto in dubbio che tu sia giunta a una profonda intesa con te stessa, con la tua anima e il tuo corpo, ma… e da qui in poi, dopo il ma, seguiva una vera e propria conferenza su organi interni disfunzionali, tiroidi in subbuglio, scompiglio interiore, terapie e, ovviamente, età. Che arriva un’età in cui l’organismo rallenta il ritmo, che la vita dopo i quaranta va vista in modo diverso e tutti i luoghi comuni trasmessi di generazione in generazione, attraversando indenni il tempo da mia nonna fino a Rufă. Mi consigliava velatamente di andare per la mia strada, fare terapia e cose utili per la comunità. Di te… scriveva a sufficienza:

“Casualmente, anche io ho incontrato la donna che va in giro per Bucarest con l’omino, una specie di giocattolo estremamente ben riuscito. Ma numerose persone, non solo lei – uomini o donne, giovani e vecchi –, hanno un amuleto, una bambola, un giochino qualsiasi attraverso il quale esprimono il proprio desiderio di ritornare all’infanzia. In particolare, l’immagine del nano e tutti i miti legati a tale archetipo sono riconducibili a un infantilismo represso, un’infanzia conclusa troppo presto, al brusco distacco dal conforto di un’età priva di preoccupazioni. Non solo: l’essere umano ha bisogno di esercitare una funzione protettiva perché necessita a sua volta di protezione. Quando qualcuno acquista un giocattolo lo investe del ruolo di subordinato, ne diventa il padrone, e tale posizione di autorità gli conferisce sicurezza, lo fa sentire responsabile e maturo. Per quanto mi riguarda, ho sempre provato pena per le patetiche persone che hanno la necessità di mantenere in stato di subordinazione qualcuno e soprattutto qualcosa, un pupazzo, un surrogato dell’individuo che desiderano dominare. Non sto parlando necessariamente del padrone con la frusta in mano, ma di qualsiasi forma di autorità: genitore, maestro, capo, insomma, qualcuno che crede di poter pensare e decidere al posto di un altro. Non è strano che tu abbia incontrato una persona del genere. Ti assicuro che non è altro che una donna sola, non molto istruita, con pochi ideali e che, coscientemente o no, desidera attirare l’attenzione con un pupazzetto ingegnoso che svolazza davanti ai passanti. È una donnetta oltre la trentina, bassa, con lo sguardo di un serpente velenoso, nel senso che guarda le persone in modo infido, svergognato e con un odio evidente. Ha i capelli chiari, quasi biondi, spettinati, come un ombrello aperto per metà. Va in giro con dei pantaloni neri e una giacca gialla. Il pupazzetto assomiglia a un omino rosso con gli occhi luminosi, quasi fosforescenti. Sembra che parli, ma in realtà è solo una registrazione con frasi banali. Dubiti che sappia di cosa si tratta?”

La visione di Rufă ha irritato entrambi. Tu va bene, ma io ancora adesso mi intristisco quando penso che ho uno sguardo velenoso e che sono spettinata.

La terza mail era di Cristian Avram. Mi invitava alla presentazione di un libro a Casa Vernescu.

 

Dagli Ardelean mi attendevano un mucchio di ortiche e un bigliettino su cui c’era scritto in bella calligrafia: Zuppa di amaranto, crema di ortiche, crespelle alla ricotta. È stata una mattinata di penitenza e purificazione. Ci ho messo due ore a pulire e lavare le ortiche, finché non sentivo più le mani dal dolore. Le ho sbollentate, tritate e fatte saltare in padella, poi le ho mescolate con rafano macerato nell’aceto e un po’ di panna da cucina. Con la zuppa non ho incontrato difficoltà, ho buttato in pentola tutte le verdure e le ho lasciate a bollire, mentre sulle crespelle mi sono bloccata. Non sapevo da dove cominciare. Alla fine sono salita in sala da pranzo. Gli Ardelean non erano a casa. Attraverso il vetro vedevo il giardino, la vasca vuota e l’edificio bianco dell’AFASOFT. Ho acceso il computer e sono entrata in internet. Ho trovato subito una ricetta per le crespelle e l’ho stampata. Avevo la sensazione che la ricetta me l’avessi mandata tu, mi sentivo come se mi stessi seguendo sullo schermo di un televisore.

Alla fine mi sono venute delle crespelle dignitose. Più difficile è stato fare ordine. Ho lavorato per più di un’ora e la cucina ancora mi sembrava sporca. Ho preso i soldi dalla fruttiera e me ne sono andata, diretta verso la stazione della metro. Quel giorno faceva caldo, camminavo lentamente, con le mani infilate nelle tasche della ghiacchetta morbida di chiffon trapuntato, e stavo pensando di trovarmi un altro lavoro, qualcosa di cui ci capissi. Ero cosciente del fatto che questa faccenda della cucina non sarebbe durata ancora a lungo. Sono scesa nella stazione e il mio entusiasmo è andato rapidamente spegnendosi nell’atmosfera del sotterraneo, in cui mi sentivo come in un bidone di plastica.

Alla fine sono salita in metro ed è mancata la corrente. Poi, gradualmente, il vagone si è riempito di una luce soffusa, che si riversava come moltiplicandosi. Mi sono girata leggermente e ho visto la scritta in lontananza avanzare lentamente verso di me: alazar.

Dal vuoto, da un’oscurità infinita, cresceva la testa gigantesca, come una mongolfiera luminosa, dagli occhi sorridenti, sottolineati da pieghe sottili come dune di sabbia. Mentre si avvicinava, scorgevo dettagli che altre volte non avevo colto: le labbra si muovevamo lievi, come se stessero cercano una posizione più comoda, e il materiale di cui era fatto il volto sembrava un gas giallo-marrone, il cui movimento ne modificava i lineamenti, addolcendo o inasprendo la linea degli zigomi. Per la prima volta ho notato che gli occhi erano azzurri, consistenti, acquosi, reali, in totale contrasto con il resto del viso. Quando è arrivato a circa un metro da me, mi sono sentita percorrere da un brivido insolito, provavo un senso di minaccia, ma non sono stata in grado di anticipare ciò che sarebbe successo. Ha socchiuso le labbra e un soffio leggero mi ha sfiorato il volto, facendomi rabbrividire. Poi mi sono resa conto che mi stavo sollevando verso la bocca enorme, penetravo con facilità, come sotto una soffice trapunta, tra le labbra vellutate, in un tunnel marchiato da cerchi di fuoco. Scivolavo rapidamente e senza alcun timore.

Dopo alcuni secondi sono ruzzolata in un luogo del quale inizialmente non potevo distinguere alcunché. Mano a mano che mi abituavo al nuovo ambiente, mi sono resa conto che si trattava di un anfiteatro pieno di universitari o di liceali, non avrei saputo dire con precisione. Da sinistra penetrava attraverso le ampie finestre una luce rigida, invernale. C’era rumore, ragazze e ragazzi parlavano in piccoli gruppi, la maggior parte seduti al loro posto e con le braccia appoggiate sui banchi, altri raccolti in capannelli di due-tre nel largo corridoio che separava le file di banchi. Io sedevo a fianco di una ragazza con gli occhiali, in una fila in fondo alla sala. Ero vestita come quando ero uscita di casa, con i jeans e la giacca bordò. Poi un voce sottile e isterica a cominciato a urlare: la signora Luminiţa! la signora Luminiţa, arriva la signora Luminiţa!

Nell’anfiteatro regnava la quiete. Si sono seduti tutti nei banchi, e dalla porta è entrata una donna che aveva l’aspetto di un’oca priva di illusioni. Avanzava lentamente e guardando dritto avanti a sé, ignorando completamente la sala che l’attendeva obbediente. Arrivata alla cattedra, si è voltata bruscamente, saettando gli occhi da una parte all’altra della sala. Mi veniva da ridere per la sua comparsa, ma il silenzio funesto della sala mi impediva di lasciarmi andare. La signora Luminiţa ha iniziato a parlare. Aveva una voce maleducata, con inflessioni stridenti e un tono irritato, da persona mortalmente e per sempre offesa. Diceva che l’etica è una disciplina di base, chi non la capisce adesso è meglio che vada a lavare i piatti in un bar, la cultura è un roba dura, ragazzi, mica è per tutti, che se volte studiare qui ci sono io che non faccio passare nessuno, dovete leggere, e vi dico subito che trovate tutto quello che dovete sapere nel mio libro, andate subito a comprarlo, e leggete anche La giustizia sconfitta, Mio fratello, il destino, Come fare carriera, Successe una notte stellata, Le basi dell’agricoltura comparata e altri volumi altrettanto utili che vi dirò io quando mi verranno in mente, e prendete appunti, scrivete tutto, per capire la relazione tra pratzy e zumzy, relativamente al diritto di affrontare una kranova o una spanova, come diceva Kant, anche se l’aveva già detto Şlibovici, solo che non lo conosce nessuno tranne me che l’ho letto in originale, che succede laggiù, che vuoi, ragazzo?

Il ragazzo era un moretto in effetti alquanto agitato, che aveva alzato la mano. Tutti gli sguardi erano puntati su di lui e avevo la sensazione che nella sala aleggiasse la paura.

“Volevo domandarle una cosa, se è possibile, ha mormorato il ragazzo, non ho capito…”

“Cos’è che non hai capito, ragazzino, non stiamo mica qui a perder tempo con tutti gli studenti ritardati, chiudi il becco e non mi interrompere più che non ho voglia di perdere tempo prezioso a causa di un moccioso qualsiasi, mi sembra di essere stata chiara, ve l’ho già detto, chi non capisce può levare il disturbo!”

La signora Luminiţa muoveva ritmicamente gli occhi da destra a sinistra e avanti e indietro, finché non li ha fissati su qualcuno. Scrutava con attenzione, poi ha allungato una mano verso la sala, una mano che si gonfiava e si allungava come i fagioli magici di Jack nei cartoni animati. Si è fermata in mezzo all’anfiteatro, ha sollevato con due dita una studentessa, che agitava in modo disarticolato le gambe infilate in un paio di pantaloni larghi, da hip-hop, poi l’ha portata verso la bocca che si spalancava allungandosi e allargandosi per incontrare le dimensioni della preda. Nel silenzio della sala ho sentito il crocchiare sinistro e, paradossalmente, invece di alzarmi e andarmene, sono rimasta impietrita sulla sedia, con gli occhi fissi sulla signora Luminiţa, che ha ripreso il suo discorso, apparentemente più calma.

Poi mi ha colto il terrore. A brevi intervalli, la mano si allungava e sollevava con due dita un altro corpo che veniva sgranocchiato rapidamente, come un confetto al cioccolato. Ero terrorizzata al pensiero che sarebbe potuto toccare a me, e se la volta scorsa ero tornata dall’alazar con i vestiti bagnati adesso sarei potuta morire, sarei potuta non tornare più. Riflettevo sulla possibile fine e mi si spezzava il cuore al pensiero che non sarei più corsa continuamente dietro ai soldi, non avrei più cucinato per gli Ardelean o che non avrei mai più potuto attendere una nuova entrata nell’alazar.

Colta dalla disperazione, non ho visto le dita gigantesche che venivano a pescarmi, ho sentito solo il ruggito dell’aria intorno a me, poi sono precipitata nell’abisso tenebroso, sfiorando con una guancia la lastra calda dei denti immensi. Ho sentito il mio corpo masticato, trafitto e schiacciato da ogni parte. Sentivo che mi stavo trasformando in un pasta, un dolore terrificante, ma continuavo stranamente a pensare, a  sperare, a cercare una via d’uscita da sotto i denti inesorabili della signora Luminiţa. Ad un certo punto sono rotolata in un precipizio senza fondo verso lo stomaco insaziabile, e anche allora continuavo a cercare una via di salvezza. Sono scivolata in una palude, filtrando attraverso l’impasto vischioso, e mi sono addormentata brevemente. Poi la foschia densa e cupa che ricopriva ogni cosa intorno a me si è aperta in due come un sipario, e mi sono ritrovata nella polvere di una strada estiva.

Non lontano, accanto a me, passava uno stivale grande come un carro di fieno. Mi sono alzata d’istinto e ho cominciato a tastarmi. Ho guardato in basso verso i jeans ricoperti da uno strato di lordura maleodorante. Ero intera. I vestiti erano in disordine, ma non sembravano nemmeno strappati. Non lontano, attraverso la polvere della strada, vedevo arrivare un altro stivale che avanzava verso di me come un carro armato. Mi sono tirata da parte, sollevandomi leggermente in punta di piedi. Scarponi, stivali alti, scarpe da uomo con le stringhe e scarpe da ginnastica consunte passavano in mezzo alla strada, arrestandosi ogni tanto, ruotando sui tacchi e fregando leggermente il terreno compatto. A pochi metri da me avanzava uno stivale nervoso, che di quando in quando si alzava e sferzava con rabbia l’aria intorno a sé.

 



[1] RAKU: Ho fatto il liceo in Iorga e mi sembra di aver sentito qualcosa del genere, di un casino in Banu Manta. ABADON: Credo che in questo paese ci sia dappertutto un figlio della direttrice. DORU: Queste cose succedono solamente a Bucarest. Da me in Transilvania è diverso. VALENCIA: E a proposito della lettera di Rufă, io direi non farti il sangue amaro, ma neppure di non tenere conto del consiglio. Arriva un momento in cui si ha bisogno di conoscere gente nuova.

[2] MORFEU: Che diavolo è ‘sto alazar, che io non capisco. Sono andato su quel sito ma è una roba noiosa, non è nulla di… VALENCIA: Anche io ho detto lo stesso – che è normale. Chi ha detto che si tratta di giochi? Q121: Bene. Questa è un’altra cosa, l’avete capito, no? VNAKU: È una cosa che succede a lei. Vediamo cosa succede dopo.

[3] ABADON: Era quello che volevo dirti anch’io. Scusami Laura, posso chiamarti Laura, vero? Scusami, ma Andrei non ha nessun interesse per te. Q121: Sarà dura, ma sei troppo intelligente per non poter superare questa cosa. EXMATRIX: Non direi che si tratta di essere intelligenti o non intelligenti. E neppure di età, sesso, religione o altri tipi di differenza. Gli amori su internet sono una malattia che ti fa a pezzi, ma che, grazie al cielo, può essere curata.

[4] SCANDINAVU: Io ascolto Il regale, di fatto solo la trasmissione di Pillola – house, musica spessa, mica lagne. VALENCIA: Ti conosco da L’ospedale degli innamorati, gli interventi della gente per strada mi sono sempre sembrati troppo corti; mi piacciono perché vanno dritti al punto, uno dopo l’altro, ma credo che alla fine li scegli apposta, perché sono troppo divertenti. DRAKON: Il tuner costa un milione e mezzo, un televisore di seconda mano fa 4 o 5 milioni! Ha fatto un affarone.

[5] STIL-X: Non dovevi scrivere ad Andrei! In questi casi è meglio aspettare. Scommetto che ti ha risposto in modo evasivo oppure non ti ha risposto per niente. TROTILA: Mi piacerebbe fare la naia come Albert. MORFEU: Anche a me è andata cosí, e sono finito addirittura in unità a Bucarest. Per la leva è più leggero. LORIS: Io l’ho passata malissimo. Ci sono un sacco di militari di carriera frustrati che ce l’hanno su in particolare con quelli di leva. Ho beccato uno stronzo di luogotenente – quando me ne ricordo lo insulto ancora adesso. RAKU: Quando hai dato, fratello, per sistemarti a Bucarest? MORFEU: 300 cocozze, ma era due anni fa e conosceva mia madre uno. ABADON: La naia andrebbe eliminata e i militari fucilati tutti. DRAKON: Parole sante! ALEX: Io conosco Emma Rewin. Dove trovo Albert? STIL-X: Te la sei scopata o cosa? ALEX: Non capisco. Traduco con InterTran. MORFEU: Da che lingua? STIL-X: Mi interesserebbe un dizionario delle popolazioni balcaniche, qualcuno ne sa qualcosa?


 trad Roberto Merlo

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